A che punto siamo? Il neoliberismo, la crisi, le regionali

Per dare una valutazione della situazione attuale bisogna sempre ricordare il contesto più generale nel quale essa si inserisce. Non bisogna dimenticare che la crisi non è un evento naturale che si limiti a fare da sfondo al presente, ma è piuttosto una potenza agente, che continuamente trasforma e ristruttura società, antropologie, tessuti produttivi. In questo quadro, limitarsi a una semplice analisi dei mutamenti delle percentuali elettorali rischia di essere profondamente riduttivo.

Nella crisi attuale possiamo distinguere almeno quattro livelli.

Si tratta in primo luogo di una crisi del capitalismo, non di una delle tante fluttuazioni cicliche, ma di una quelle crisi strutturale che ha come paragone storico la Grande Depressione di fine Ottocento o la crisi del ’29. Crisi di questo genere hanno un decorso che non è prevedibile secondo schemi che ripetano andamenti del passato, ma comportano una ristrutturazione generale della forma del capitalismo, della società, delle istituzioni. Se dalla Grande Depressione si uscì con un superamento della “fase eroica” della Rivoluzione Industriale verso l’epoca dell’imperialismo, dalla crisi del ’29 nacque, sul lungo periodo, un compromesso fra capitale e lavoro che diede luogo ai “Trenta gloriosi”.

La crisi che viviamo ora -e siamo al secondo livello- è la crisi di una specifica forma storica di capitalismo, che si afferma tra gli anni Settanta e Ottanta, come risposta (una delle risposte possibili) alle difficoltà del modello appena richiamato. Aumento della produttività tramite innovazione tecnologica da un lato, disarticolazione della grande fabbrica attraverso delocalizzazioni produttive sia verso il tessuto delle piccole e medie imprese sia verso i paesi di nuova industrializzazione (prima di tutti la Cina, sbocco reso possibile dall’apertura diplomatica operata da Nixon e Kissinger e dal cambio di orientamento della dirigenza cinese), rivoluzionamento dei metodi produttivi con passaggio dal fordismo al toyotismo, graduale mutamento dei compiti e degli obiettivi della politica monetaria e fiscale (lotta all’inflazione prioritaria rispetto alla lotta alla disoccupazione, graduale discredito della politica industriale e dell’intervento pubblico, a favore di un’idea di politica volta a fare le riforme e creare le condizioni ideali per attrarre investimenti esteri e per lo sviluppo di un ambiente favorevole all’impresa, considerata come il soggetto ideale in grado di prendere le decisioni di investimento, grandi privatizzazioni, trasformazione del cittadino in consumatore, finanziarizzazione e aumento del debito privato, anche come strumento per neutralizzare il calo della domanda tramite il “keynesismo finanziarizzato”. Questi elementi del modello non si affermano tutti insieme nè in maniera omogenea nè contemporanea nei vari paesi, ma nondimeno costituiscono una tendenza storica che può considerarsi pienamente affermata negli anni Novanta quando, anche grazie al definitivo venir meno del sistema sovietico, si solidifica in quel corpus di conoscenze teoriche e pratiche che viene definito Washington Consensus.

Questo sistema, ciclicamente colpito da crisi finanziarie (la crisi delle borse dell’87, la crisi dello SME che colpì Italia e Inghilterra, il crack russo, la crisi delle “tigri asiatiche”, il fallimento del fondo LTCM, la crisi post- 11 settembre) entra già parzialmente in difficoltà negli anni Duemila, crisi differita dalle misure prese dal governatore della Fed Greenspan e dal presidente Bush (aumento della spesa militare, incentivi al mercato immobiliare) che poi esplode nel 2007.

Come è noto, di fronte a questa crisi c’è inizialmente una reazione comune che poi si divarica tra i vari paesi. In Europa -e arriviamo al terzo livello- a questa crisi si sovrappone la crisi dell’euro, come crisi di un’architettura strutturalmente deficitaria e, più a fondo, come espressione del contrasto tra diverse forme di capitalismo (in primis l’economia sociale di mercato tedesca e le economie mediterranee, pur tra le profonde differenze che esse presentano tra di loro) che, in assenza di una vera politica atta a produrne l’armonizzazione e la convergenza, entrano esplicitamente in conflitto. Le contraddizioni che fino ad allora erano state occultate dai trasferimenti interni attraverso il sistema bancario sia nel settore privato che in quello pubblico, favoriti dal venir meno del rischio di cambio, diventano evidenti.

A questo punto -e si arriva al quarto punto- scoppia una crisi politica, anzi più propriamente una crisi organica in senso gramsciano. La soluzione sostanzialmente voluta dalla Germania -procedere ad un aggiustamento attraverso deflazione salariale e contrazione della spesa pubblica da un lato, e cercare di estendere il modello tedesco all’intera Europa attraverso un’accelerazione delle riforme dall’altro- porta ad una crisi di legittimità delle classi dirigenti di molti paesi: Grecia, Spagna, Italia, in parte Francia.

A questa crisi di legittimità le forze di sinistra non riescono a rispondere mettendo in campo una soluzione politicamente forte, ovvero la costruzione di uno schieramento in grado di proporre una diversa agenda di uscita dalla crisi, con un’Europa che preveda un diverso rapporto fra politica ed economia. Non vi riescono per le loro divisioni interne, per un’insufficienza culturale che impedisce loro di liberarsi dei resti della Terza Via blairiana. La spaccatura del socialismo europeo su questi temi rende poco credibile l’alternativa proposta.

Nel frattempo si sviluppano movimenti di protesta che mescolano confusamente giusti elementi di critica al sistema attuale e populismo antipolitico. Il diverso equilibrio di questi elementi determina esiti diversi nei vari paesi.  In Spagna il movimentismo degli Indignados, che appare in prima battuta spegnersi dopo una fase di intense mobilitazioni, evolve nella proposta politica di Podemos che, pur dichiarandosi propagandositicamente nè di destra nè di sinistra e facendo della lotta alla “Casta” (qui però -importante differenza- intesa come élite non solo politica ma anche economica) una delle proprie parole d’ordine, si sviluppa sulla base di una tradizione e di un programma chiaramente di sinistra. In Grecia il sistema politico precedente crolla interamente sotto il peso delle politiche di austerità ad esso imposte, lasciando spazio a Syriza.

In Italia questo spazio politico viene occupato dal grillismo che ne blocca le potenzialità espansive, sia da un punto di vista dell’evoluzione politica e del dibattito democratico (neutralizzati dalla nota struttura verticistica) sia dal punto di vista dei contenuti, che si riducono ad una rivendicazione di trasparenza della politica, sia infine dal punto di vista della capacità di giocare un ruolo politico, elemento reso impossibile dalla non volontà di allearsi con altre forze.

La difficoltà nella gestione della crisi e nel rapporto con l’Europa colpisce (anche se non a morte) il berlusconismo e il fulcro dell’azione politica diventa il Partito Democratico. Qui il nucleo di verità dell’espressione “Partito della Nazione”, che per un certo periodo ha designato una situazione di fatto, ovvero l’indisponibilità di altre forze che potessero effettivamente porsi come credibile alternativa.

Se invece si intende il termine “Partito della Nazione” come progetto politico, esso appare invece in crisi e le elezioni regionali ne dimostrano tutta la difficoltà di attuazione. L’idea di sfruttare la crisi del centrodestra per occuparne parte dello spazio politico sembra risultare impraticabile (e in realtà si era dimostrata tale già alle Europee, quando, oltre ai voti di Scelta Civica, ben pochi erano provenuti da destra). D’altra parte questa operazione comporta rischi di tenuta a sinistra come il caso ligure dimostra.

D’altronde, e viceversa, il caso ligure mostra anche come difficilmente una forza a sinistra del PD possa porsi come alternativa di governo. Ciò che è avvenuto in Grecia e avviene in Spagna non sembra replicabile in Italia per diversi motivi. Da un lato il grillismo che, come avevamo accennato, è riuscito ad egemonizzare parte della protesta causata dalla crisi, sembra destinato, pur ridimensionato, a rimanere come un fenomeno duraturo del panorama politico italiano. In parte la protesta si esprime invece a destra, nel consenso a Salvini che raggiunge ora proporzioni importanti. Dall’altro la cultura politica dei principali fautori di un’ipotetica nuova formazione (da Civati a Vendola a -in forma diversa- Landini) sembra essere insufficiente rispetto al compito di creare una formazione con ambizioni egemoniche. Ma, cosa più importante di tutti, il bacino dei votanti per questa nuova formazione sembra essere limitato a parte dell’elettorato tradizionale della sinistra, senza riuscire a sfondare, se non in misura marginale, nell’enorme area dell’astensionismo.

Quest’ultimo rimane il dato più rilevante, e il tema fondamentale, che mostra come la crisi politica di legittimità che viviamo si sia tutt’altro che conclusa. L’astensionismo non va banalmente etichettato come “sfiducia nei cittadini della politica”, magari proponendo qualche taglio ai privilegi come rimedio per “avvicinare i cittadini alla politica” o “ridare credibilità alla politica”.

Il nodo della partecipazione è decisivo, perchè è uno dei temi politici fondanti del neoliberismo. Il famoso Rapporto del 1975 alla Commissione Trilaterale sulla Crisi della Democrazia individuava la radice delle difficoltà della democrazia proprio nell’eccessiva partecipazione che andava ridimensionata per far fronte all'”eccesso di domande” che impediva al sistema di funzionare correttamente. E’ a partire da quest’ottica che la “governabilità” veniva opposta alla rappresentanza.

Da questa tendenza viene quella che Colin Crouch ha chiamato post-democrazia, ovvero una situazione in cui permangono tutte le istituzioni democratiche ma di cui viene meno la rilevanza reale, in parte per la minore partecipazione e in parte per l’emergere di nuovi poteri (economici, mediatici, ecc.) reali che marginalizzano le istituzioni rappresentative.

Da questo punto di vista innanzitutto va valutata anche la politica di Renzi. Non si tratta di derive autoritarie. Si tratta di un approfondimento di queste tendenze, tendenze già in essere. Allora qui va posta la questione. Non agitando accuse moralistiche o di stampo personale (l’ “arroganza”). Come si esce dalla crisi? Franco Cassano, ad esempio, ha sostenuto che la concentrazione di potere che Renzi opera è necessaria proprio per recuperare quell’autonomia della politica messa in crisi dai grandi processi globali descritti. Rafforzare il potere del governo sarebbe un presupposto necessario per poter incidere su una scala più ampia. Si tratta di una tesi che se non altro ha il merito di porsi all’altezza dei problemi di cui bisognerebbe discutere. Tuttavia è una tesi che lascia elementi di perplessità. Se è vero che alcuni risultati positivi si sono ottenuti, sopratutto sul piano europeo (come la comunicazione sulla flessibilità e, pur con tutti i limiti, il piano Juncker) le evoluzioni recenti fanno pensare che la stategia di Renzi possa lasciare a desiderare proprio sul piano a lui più caro, sul piano dell’efficacia. Se l’obiettivo è cambiare siamo sicuri che sia possibile cambiare una società senza un consenso strutturato e organizzato della società stessa, senza la capacità di creare egemonia e classi dirigenti diffuse che siano in grado di radicare questo cambiamento nella concretezza della vita e delle diverse situazioni? Siamo sicuri che il cambiamento vero non passi proprio attraverso una ricostruzione di corpi intermedi, ovviamente profondamente ripensati in rapporto al presente, e di cultura politica come elemento unificante dell’azione politica?

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Renzi e il partito

Le proporzioni della vittoria del Partito Democratico alle recenti elezioni -epocali- impongono di interrogarsi su quella che ormai è la realtà di fatto e di capire quali ne possano essere le evoluzioni.

Il voto ha un carattere emergenziale e pressochè inedito nella storia del paese. Interessanti sono non solo le dimensioni ma anche la distribuzione nazionale quasi omogenea dei consenso, caratteristica anticipata alle ultime elezioni dal Movimento 5 Stelle e generalizzata in scala più vasta dal Partito Democratico ora. La situazione si inserisce peraltro in una grande fluidità e mobilità dei consensi, in continuità con quanto avviene ormai da diversi anni. Renzi ha conquistato -come mostrato dal rapporto dell’Istituto Cattaneo- alcuni segmenti molto precisi di elettorato: la totalità di Scelta Civica, parte dei voti del Movimento 5 Stelle (che probabilmente erano gli elettori “in libera uscita” che avevano votato Grillo per protesta puntando sul fatto che il PD di Bersani avrebbe comunque vinto) e infine una quantità residuale di voti berlusconiani.

Il problema di Renzi è ora evidentemente quello di stabilizzare i consensi che ha in questo modo ottenuto, passando da un’aggregazione forzata dall’emergenza e fondata su una scommessa (scommessa che per ora non ha ancora visto effettive conferme o smentite, dato il carattere largamente simbolico, anche se comunque importante per fasce della popolazione, di provvedimenti come quello degli 80 euro).

E’ per questo che credo che non sia fondata la vulgata che si rappresenta Renzi come colui che liquiderà il partito o lo trasformerà in un mero comitato elettorale convocato alla bisogna per sostenere candidati o organizzare primarie. Ha bisogno del partito se vuole puntare ad una prospettiva di stabilizzazione e di sviluppo del paese. Alcuni segnali fanno pensare a questa prospettiva. Da un lato la manifestata volontà di insistere sulla formazione politica (seppur ridimensionata dalla boutade -ad uso e consumo della polemica mediatica- sulle serie televisive americane). Dall’altro il rinnovato interesse per la Cassa Depositi e Prestiti come strumento di politica industriale, che lascia pensare ad una gestione dell’economia a cui la politica non sarà estranea. Si tratta però di capire quale partito. Da questo punto di vista rimane un grande punto interrogativo. Finora Renzi non ha intrapreso vere azioni di riforma del partito, operando più una “sussunzione formale” (integrando e coinvolgendo le varie correnti) piuttosto che una sussunzione reale (una trasformazione attiva del partito). Ma credo che questa sia solo una prima fase, in quanto sospetto ci sia la consapevolezza che fare del partito uno strumento efficace per i propri fini sia un passaggio obbligato per passare dalla fase della conquista del potere (ispirata ad una sorta di “populismo moderato”) alla fase del governo del paese.

Qualunque cosa Renzi intenda fare, in questo momento ha gli strumenti per farlo (a livello interno) o per tentarlo (a livello europeo). Si tratta allora di osservare attentamente le prossime mosse.

Pubblicato in Politica | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Il tempo di Berlinguer e noi. Intervento al convegno “Enrico Berlinguer e la serietà della politica” – di Giacomo Bottos

enrico-berlinguer1Vorrei innanzitutto ringraziare le associazioni organizzatrici, Aldo Tortorella, il sen. Ugo Sposetti, che hanno reso possibile questo convegno e tutti i relatori.

Vorrei premettere che non sono uno studioso di Berlinguer né uno storico e dunque il mio intervento non sarà un tentativo di dare un giudizio su aspetti della vicenda e della politica di Berlinguer. Il mio contributo può solo limitarsi ad essere quello di una riflessione teorica che parte da una considerazione -per così dire- esistenziale su cosa può voler dire per qualcuno della mia generazione -cresciuta dopo la caduta del Muro di Berlino- accostarsi alla figura di Berlinguer e più in generale alla storia del Partito Comunista Italiano.

Il primo aspetto che a mio avviso non bisogna nascondersi è quello di una grande difficoltà. E gli ostacoli maggiori sono proprio le idee sedimentate, le immagini di Berlinguer che sono veicolate dal senso comune. Più in generale sono le stesse categorie politiche con cui siamo portati tutti i giorni a pensare il presente ad essere d’ostacolo nell’accostarsi ad un passato relativamente vicino da un punto di vista cronologico (parliamo di una quarantina d’anni) ma distantissimo in termini di idee, di visioni del mondo e -aggiungerei- di carattere dell’esperienza vissuta.

E le analogie superficiali sono più spesso ingannevoli che rivelatrici. Per fare un esempio banale due concetti che la cronaca ci propone tutti i giorni -le larghe intese e l’austerità- sembrano presentare una formale somiglianza con due elementi centrali nella politica berlingueriana: il compromesso storico e -appunto- l’austerità. Ma è subito evidente come l’analogia possa essere fuorviante e superficiale. E questo vale anche per un altro concetto che ciclicamente ritorna nel nostro dibattito: la questione morale.

Ecco, a mio avviso prendere veramente coscienza di questo iato, di questa distanza è fondamentale, non tanto per “dimenticare” Berlinguer, per congedarsi da lui, ma proprio per “reincontrarlo”, per poterlo comprendere e per avere con la sua figura un rapporto fecondo, un rapporto che possa anche mirare a recuperare gli elementi più vivi del suo pensiero e della sua prassi.

A questo fine è certamente necessario liberarsi dell’immagine del Berlinguer “moralista”, quasi si trattasse di un precoce critico antipolitico dei partiti. Questa immagine, come abbiamo visto dal sondaggio presentato in apertura, è tuttora fortemente diffusa e pervasiva. Di Berlinguer vengono messe in evidenza l’onestà, la qualità morale, caratteri certo presenti eminentemente nel personaggio ma non ne esauriscono certo la vita e l’intenzione più profonda della sua opera, che è sempre stata profondamente politica, in un senso di politica che include un profondo, intimo legame con la riflessione. E’ forse anche necessario emanciparsi da un’immagine agiografica, da una “santificazione laica” a cui è andato incontro. Questo processo, storicamente giustificato dalla grandezza e al paradossale “carisma senza carisma” del personaggio, dal grande affetto che i militanti avevano nei suoi confronti, dalle circostanze particolarmente drammatiche della sua morte (non a caso questo destino fu condiviso anche da Moro) e dallo svolgersi della storia successiva del PCI e del paese, rischia però di essere un limite in sede di comprensione.

Questo è tanto più urgente nel porsi il tema del convegno, la “serietà” della politica appunto. Una considerazione che si limitasse a mettere in evidenza la diversa qualità “soggettiva”, pur presente ed evidente, di personaggi come Berlinguer rispetto a buona parte dei nostri contemporanei, non coglierebbe l’essenziale, rimanendo forse confinato in quella personalizzazione che è una delle cifre della politica contemporanea. La serietà va forse intesa piuttosto come una certa idea della politica e delle sue forme, del suo rapporto con la riflessione.

La serietà così definita non è chiaramente un unicum di Berlinguer, ma in Berlinguer essa era fortemente presente e risulta tanto più evidente in quanto egli si trova a vivere in un’epoca di transizione, in un’epoca in cui tale serietà stava venendo meno. Stava in altre parole avvenendo quel cambio di egemonia culturale che metterà capo a ciò che viene in linea generale definito neoliberismo, che, lungi dall’essere solo un sistema economico è piuttosto anche un insieme di valori, di stili di vita, di modelli di soggettivazione, di forme politiche e di elementi di senso comune.

Questo mutamento complessivo metteva in crisi l’idea di una politica come trasformazione complessiva della realtà, come unità di teoria e prassi e avrebbe messo capo progressivamente ad una concezione della politica come funzione subordinata, come sottosistema sociale a fianco degli altri, come amministrazione dell’esistente.

Berlinguer avvertiva questa crisi e la sua politica era un tentativo di dare risposta ad essa. Ma già allora, mentre venivano formulate, le sue proposte andavano incontro a fraintendimenti. Ad esempio Berlinguer si scagliava spesso contro la tendenza ad intendere il compromesso storico come mero accordo fra partiti, come “consociativismo” o spartizione di potere. La tendenza già allora presente e oggi imperante a concepire un partito politico come un’entità astorica e sempre più scollegata dalla realtà della società e non come -cito- “una realtà non solo varia, ma assai mutevole” entro la quale “i mutamenti sono determinati sia dalla sua dialettica interna sia, e ancor più, dal modo in cui si sviluppano gli avvenimenti internazionali e interni, dalle lotte e dai rapporti di forza tra le classi e fra i partiti”, questa tendenza era già da Berlinguer assai deprecata. Egli propugnava- potremmo dire- una concezione “tridimensionale” della lotta politica a cui si contrappone l’idea del sistema dei partiti come un piano separato da quello della società, a cui si congiunge soltanto nel momento delle elezioni oppure attraverso la rappresentazione labile del sondaggio. Era in questa concezione dinamica del rapporto delle forze politiche, radicata in una rappresentazione della storia italiana e nella conoscenza dei rapporti internazionali, concezione che era, in gradi diversi, patrimonio di tutto il partito, che si fondava una proposta come quella del compromesso storico. Ed era sulla base della convinzione che tale politica rispondesse alle necessità più profonde del paese, che il momento storico richiedesse una tale decisione che Berlinguer la avanza, pur fra le enormi difficoltà che essa comportava. La transizione doveva essere governata e la potenza delle forze antagoniste imponeva che ciò potesse essere fatto soltanto attraverso un’alleanza dei partiti che costituivano il sistema democratico minacciato. La minaccia, come poi si è visto, non consisteva soltanto nelle trame eversive e nella destabilizzazione terroristica, ma anche nel rischio più sottile e insidioso del progressivo svuotamento delle istituzioni democratiche, nella sottrazione di potere alla politica. E’ l’impotenza della politica, la sua mancanza di strumenti e di forza per perseguire grandi disegni la vera causa della sua degenerazione, della proliferazione della corruzione e dell’emergere della disaffezione dei cittadini nei suoi confronti. E la vera moralità della politica, la sua serietà consiste nella capacità di realizzare un’idea di trasformazione della realtà.

A una tale idea di politica sarebbe forse utile oggi ispirarci per provare a sperare in una rigenerazione. Questo non significa essere nostalgici, anzi, al contrario, significa abbandonare ogni nostalgia e tentare nuovamente una politica che sfugga tanto il rischio del puro pragmatismo quanto quello dell’idealismo moralizzante e contemperi i due aspetti partendo però dal pensiero del presente. Quello che c’è forse ancora oggi di valido, di potenzialmente vivo nella lezione di Berlinguer e della cultura del suo tempo è l’incitamento a ripensare oggi un nuovo nesso fra teoria e prassi, teoria e prassi che si sono da allora drammaticamente separate. Questo nesso non potrà che assumere oggi forme nuove, ma questo nuovo non va inteso secondo la mistica del rinnovamento che tanti danni ha arrecato, ma al contrario come ciò che di più concreto vi possa essere.

Si avverte fra le nuove generazioni, anche se ancora in maniera incerta e frammentaria un nuovo bisogno di politica, bisogno che per ora non trova modo di esprimersi probabilmente per la radicale disabitudine a praticare tale linguaggio o che assume per questo forme insufficienti. D’altra parte l’individualismo neoliberista non sembra più in grado di mantenere le promesse che ha suscitato e vive una crisi di legittimità, pur apparendo per ora privo di alternative. Che tali alternative possano effettivamente prendere corpo dipende dalla capacità della politica di immaginare nuove forme, forme che non devono essere contrapposte alla forma tradizionale del partito politico ma che devono essere un suo ripensamento alla luce delle necessità del presente.

E’ forse possibile oggi immaginare un riflusso del riflusso, una costruzione, che ovviamente si presenta come difficile e dislocata nel lungo termine, di una nuova egemonia, una ritraduzione nel linguaggio della politica di ciò che abbiamo imparato ad esprimere nel registro dell’individualismo e secondo gli stilemi del postmoderno. Se ciò potrà realizzarsi, se incontrerà un senso comune diffuso oppure se si limiterà ad essere un desiderio di minoranze non si può sapere prima, ma qualche segno anticipatore sembra oggi manifestarsi fra le nuove generazioni.

E anche se tale progetto sembra andare controcorrente, anche se sembra trovare smentite nel presente immediato, è proprio in Berlinguer che possiamo trovare lo stimolo a un pensiero che non si appiattisca sull’attualità e sul consenso effimero ma che nasca da una riflessione profonda sul carattere dell’epoca.

Il rapporto con questo passato assume così il carattere di una scoperta, la scoperta di un tempo che si riteneva ormai definitivamente passato e privo di qualunque legame con la contemporaneità e che forse invece può fornire un’enorme ricchezza per aggiungere profondità ad un presente che si presenta a prima vista come contrassegnato da una sconcertante povertà esistenziale ed esperienziale.

Pubblicato in Filosofia, Politica | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Naufragio

naufragioIn un tempo che fa della novità, dell’evento e della svolta le sue bandiere, il rischio principale è di perdere di vista le vere cesure nell’accadere storico che finiscono per passare inosservate, assimilate al superficialmente tumultuoso trapassare degli eventi.

Il significato storico della vittoria di Matteo Renzi alle primarie del PD non va in nessun modo sottovalutato. Il fatto che si trattasse di un esito largamente annunciato, che si possa discutere sull’aberrante contesto (delle primarie per eleggere il Segretario di un Partito per giunta con un regolamente assurdo e bizantino) che l’ha reso possibile non deve ridimensionare il riconoscimento pieno e netto dell’importanza dell’evento. Perchè anche quelle distorsioni, anche queste condizioni grottesche non sono un accidente caduto dal cielo, ma hanno precise cause storiche, sono il frutto di decisioni liberamente prese.

Quindi se da un lato i servi sciocchi del potere che proclamano la fine non solo di una classe dirigente ma di una storia -quella che affonda le sue radici nel Partito Comunista Italiano- non meritano nemmeno il nostro disprezzo, d’altra parte su quella storia è ora necessario riflettere profondamente e lungamente. E tanto più profondamente e lungamente quanto in quella storia si è vissuto. Si tratta cioè di fare non più una critica esterna ma una critica sulla propria stessa storia. Se il percorso storico ci ha condotto a questo punto, evidentemente qualcosa non ha funzionato. Se è diventato possibile per tanti che da quella storia provengono anche solo pensare di poter sostenere Matteo Renzi allora qualcosa è andato nella direzione sbagliata.

Qual è il problema con Renzi? Non è certo il fatto che vada da Maria De Filippi, questa è un’idea da sinistra radical chic da ceti medi intellettuali. Nemmeno il fatto che proponga un rinnovamento, ovviamente. Infine, anche il fatto che provenga dalla DC non costituisce il problema. Non è nemmeno il porsi come leader. La storia della sinistra ha conosciuto grandissimi leader. Il problema è che Renzi non fonda la sua leadership, la sua richiesta di consenso sulla base di una visione del mondo, di un’idea di trasformazione del reale. Non chiede i voti perchè si ritiene il più capace, il più adatto per mettere in pratica una qualche prospettiva razionale di modificazione dell’esistente (per farlo diventare più giusto, più umano, più rispondente ad una qualche idea di società più armonica). Naturalmente tutto ciò può essere trovato ex post, si può variamente argomentare su quali siano le idee, i programmi di Renzi in politica economica, sociale ecc. Ma è evidente che non è questo l’essenziale, che si tratta di una giustificazione retrospettiva. Ciò che sta al fondo è il fatto che Renzi richiede i voti in quanto Renzi e li richiede in quanto è in grado di eliminare non solo una classe dirigente, ma la stessa idea di politica per la quale gli uomini fanno politica non in quanto tali ma in nome di un’idea. Questo è ciò che sta al fondo al supposto senso di “superiorità” della Sinistra. Qualora questo senso di superiorità non sia frainteso in senso moralistico, esso esprime l’idea di un’agire non semplicemente ispirato all’empirismo (al fare ciò che di volta in volta appare meglio in base agli interessi che si scontrano) ma che, pur tenendo conto della realtà dei rapporti di forza ispira la propria azione ad una Teoria che viene messa in rapporto con la prassi, in forme più o meno complesse e mediate.

E’ questo elemento che permette di non arrendersi di fronte al dato della sconfitta, di potere aver ragione anche se temporaneamente si perde. Perchè si ritiene che sopra la contingente vittoria e sconfitta vi sia qualcosa di più alto e che quel qualcosa di più alto sia in fondo più degno di essere perseguito.

Il fatto che su questo non si senta più bisogno di riflettere, il fatto che la politica sia accolta come una mera prassi non problematica intesa a vincere le elezioni, questo è il cuore della manifestazione della crisi dell’idea di Sinistra. Se si vota Renzi “perchè con Renzi si vince” è evidente che si è aderito in pieno a questa deriva.

Che fare? Per una volta, per il momento è forse meglio non fare e fermarsi a pensare. Paradossalmente la nettissima sconfitta potrebbe costituire un’occasione per fare questo, per far sì che chi veramente crede ancora in un’idea diversa di politica possa ritrovarsi, riconoscersi e ritrovare le ragioni del proprio agire. Un ritorno alle origini. Uno scavare in profondità. Recuperare il respiro della Storia. Una rivoluzione spirituale, prima che un cambiamento reale possa avvenire.

Di questo abbiamo bisogno e su questo, credo, bisognerebbe impegnarsi.

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti

Contro il metodo. OccupyPD, Barca e l’identità assente

10gwkmwOccupyPD è un movimento nato all’improvviso in seguito ad un fatto drammatico. La proposta di Fabrizio Barca nasce invece da una lunga riflessione e si presenta, già nel modo in cui è stata formulata (un lungo documento sulla forma-partito), come un invito a spezzare i tempi brevissimi dell’attualità per osservare la politica da un punto di osservazione di più lungo respiro.
Eppure queste due proposte, così diverse nella genesi, convergono almeno su un punto: una grande importanza assegnata alla questione del metodo.

Nel caso di OccupyPD vengono valorizzati una serie di sistemi (assemblee aperte, sperimentalismo democratico, mandati a tempo, pareri vincolanti della base anche tramite referendum ecc.) che dovrebbero favorire la partecipazione della base, in polemica contro una dirigenza ritenuta fallimentare. Si pensa che queste regole (volte implicitamente a limitare il potere di una dirigenza che si pensa non essere più rappresentativa di una base) possano sole costituire il terreno per una discussione aperta e adeguata nell’ambito di un congresso che si vuole sottrarre al rischio di essere una riproposizione delle vecchie logiche che si avversano.
Se è indubbiamente un merito del movimento quello di favorire una discussione interna e l’incontro tra esperienze diverse, è inevitabile che in questa discussione si palesino differenze anche molto rilevanti sia sulla concezione del partito, sia sui grandi temi politici (Europa, economia, esteri ecc.) data l’eterogenea provenienza politica dei partecipanti al movimento. Se il movimento contribuisse a una più chiara definizione e riflessione su queste differenze, svolgerebbe una funzione utilissima. Ma se queste differenze emergessero probabilmente l’unità stessa di OccupyPD verrebbe messa in discussione. Il metodo rischia così di diventare contenuto, in quanto forma di garanzia che, attraverso la discussione un risultato venga comunque raggiunto (ad esempio stabilendo modalità di discussione vincolate a tempistiche limitate con l’obbligo di produrre un accordo intorno a punti definiti). Ma la soluzione così partorita sarà necessariamente una soluzione di compromesso, che elude piuttosto che risolvere i profondi nodi ideologici che stanno alla base delle questioni. Per una beffarda ironia del destino OccupyPD sarebbe così condannata a riprodurre in piccolo le contraddizioni di quel PD che denuncia. Il correntismo infatti non è altro che il risultato di un’inadeguata sintesi culturale, che non permette un vero amalgama delle culture politiche che sono alla base del Partito Democratico e che dà luogo ad un’eterna trattativa e a soluzioni compromissorie. Naturalmente è possibile che questo destino non si verifichi, ma la tendenza alla semplificazione che domina normalmente nel modo di parlare di politica spinge in quella direzione.

Un problema simile si ripropone nell’idea di partito di Barca. Barca muove dall’assunto che le élite al potere siano fondamentalmente ignoranti e possiedano sono un ridottissimo numero delle informazioni necessarie a decidere. Bisogna allora mettere in campo un processo di mobilitazione cognitiva che stimoli la partecipazione delle energie intellettuali e creative della società che collaborino alla definizione delle politiche pubbliche. Il tema dello sperimentalismo democratico ritorna anche nell’idea di partito di Barca. Il partito dovrebbe essere un partito-palestra che fornisca ai cittadini gli strumenti per entrare essi stessi nel processo decisionale. Bisogna dire che in questo Barca non concede nulla alla retorica del partito liquido: il compito che lui assegna al partito richiede la figura del funzionario di partito, anche se intesa sopratutto come figura temporanea, a tempo determinato. Il punto comunque è: se il partito serve per fornire gli strumenti per la partecipazione dei cittadini, cosa lo rende un partito di sinistra?
Barca elenca -in un addendum al suo documento- una serie di valori che secondo lui dovrebbero costituire la base di un moderno partito progressista. Si potrebbe discutere su questi valori (nell’ambito delle tre tradizioni storiche della sinistra italiana -socialcomunista, cattolica e liberale- si potrebbe obiettare che i valori indicati si ispirano fortemente alla terza, quella liberale) ma non è questo il punto. Il punto è come questi valori si leghino organicamente al tipo di pratica politica propria del partito che Barca ha in mente.
Da questo punto di vista si sente la mancanza della sottolineatura -accanto al giustissimo rilievo dato alla tematica dell’ascolto e della conoscenza delle istanze poste dalla società- del lavoro dell’interpretazione di tali istanze che un partito degno di questo nome dovrebbe svolgere. Una funzione essenziale di un partito dovrebbe cioè essere quella di costruttore di visioni del mondo che, se da un lato siano sviluppate a partire da una profonda conoscenza della società, dall’altro diano di questa  società un’immagine e un progetto di cambiamento che permettano alla politica di tornare a rispondere a una domanda di senso.

Questo lavoro di interpretazione richiede e presuppone un ruolo attivo del partito e una chiarezza di fondo su quali siano i principi, i fini e il compito storico di un partito. Rispetto a questa consapevolezza il metodo può essere solo una conseguenza, può essere solo il mezzo più idoneo per raggiungere quei fini e attuare quei principi. Altrimenti rischia di essere esso stesso un modo per procrastinare indefinitamente questa discussione.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Tra Scilla e Cariddi: la strada stretta della sinistra

shihara_1“La libertà” scriveva Adorno “non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta”.
Una frase forse eccessivamente perentoria e astratta ma che riflette bene l’insoddisfazione che il dibattito attuale ispira in molte persone di sinistra. Se da una parte la rielezione di Napolitano e la formazione del governo Letta rappresenta una rinuncia a qualunque possibilità di proporre all’Italia e all’Europa un modello “di sinistra” da contrapporre a quello dominante, anche l’opposizione che si sta delineando a questo governo presenta è criticabile sotto molti aspetti.

Si sta delineando un’alleanza tra liberali di sinistra (rappresentati ad esempio da Rodotà e dall’area “di sinistra” di Repubblica), area “giustizialista” (Fatto Quotidiano), grillini “dissidenti” e certe aree del PD, sinistra radicale (“beni comuni”, NO TAV ecc.).
Se nella cultura che si va formando entro quest’area ci sono diversi aspetti positivi, come una carica critica verso l’architettura attuale dell’Euro, una denuncia della contiguità spesso eccessiva fra politica, affari e lobby, una spinta alla rigenerazione della politica attraverso l’introduzione di nuove forme di partecipazione, il modo in cui queste questioni sono poste è spesso astratto e legato ad altre istanze meno condivisibili.

In particolare rischia di venire eclissato in questo quadro il tema del partito e di una sua riorganizzazione che non sia una dissoluzione. Il sempre risorgente mito della “società civile” e una concezione troppo individualistica della libertà portano ad eludere il nodo dell’organizzazione, che rimane il presupposto di ogni azione politica efficace, che voglia contrastare, non solo sul piano della protesta moralistica ma anche su quello dell’effettualità lo stato di cose presente.

Questo è stato ben visibile nelle recenti vicende sul disegno di legge sull’abolizione del finanziamento pubblico, che non hanno nemmeno sollevato le stesse proteste che erano montate per altri episodi. Eppure il finanziamento pubblico, presente in tutti i paesi europei con i quali dovremmo ambire a confrontarci, è un presupposto fondamentale dell’autonomia della politica e delle sua possibilità di portare avanti disegni autonomi, contrastando se necessario altri interessi e poteri. La critica giusta al modo in cui queste risorse sono sempre state usate in passato non dev’essere confusa con la questione di principio che il finanziamento pubblico è la condizione materiale della libertà della politica. Non si dimentichi del resto che il finanziamento pubblico fu introdotto negli anni Settanta proprio per l’emergere di scandali legati al finanziamento occulto ricevuto dai partiti da corporazioni private per finanziarsi.

Il non comprendere questo nodo da parte di vaste aree della sinistra è segno di una disabitudine al pensiero politico, inteso come pensiero che vuole realizzare determinati ideali, ma a partire da una valutazione realistica della realtà e delle forze in campo e non confonde la condanna moralistica con il progetto politico concreto.

A sua volta questa carenza di attitudine al pensiero politico è legata all’assenza o alla scarsità di veri luoghi di dibattito ove i complessissimi problemi della nostra epoca possano essere affrontati da una prospettiva sì di parte, ma che rifugga le facili semplificazioni. Lo stato deplorevole di buona parte della stampa italiana incoraggia questa deriva moralistica il cui approdo estremo è il cupio dissolvi di Grillo.

Ha senz’altro ragione Fabrizio Barca quando sostiene che i partiti debbano sviluppare al loro interno maggiori forme di partecipazione e di interazione con la società, ma questo “ascolto” non deve essere neutrale ma accompagnato da uno sforzo attivo di interpretazione e di composizione delle molteplici istanze che dalla società provengono in un’immagine unitaria, in una visione del mondo non statica ma in continuo divenire, che però mantenga una coerenza di fondo con determinati principi e assunti che costituiscono i tratti distintivi, il legame ideale che unisce i militanti e gli aderenti al partito stesso. Una tale idea di partito è ugualmente lontana dall’idea del partito pigliatutto-cartello elettorale-aggregato di correnti quanto dal movimento informe che si fa espressione immediata delle istanze mutevoli che emergono della società. Si tratta invece di un partito che, pur in rapporto costante e aperto con la società, tende ad essere di questa società stessa un costante interprete e mediatore, permanentemente impegnato a costruire di questa società un’immagine, che non si limiti ad essere fantasmatica “narrazione”, ma che sia in rapporto organico con la materialità della società e con le sue evoluzioni da un lato e con le sue speranze, aspettative e paure dall’altra.

Questo, niente di meno, è richiesto per unire le disperse volontà delle “anime” della sinistra nella coerenza e nell’efficacia di un progetto comune. L’irrilevanza e l’impotenza sono, in politica, la più grande immoralità.

(pubblicato su “Il Mercurio” il 2/6/2013)

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti

Argomenti sbagliati per tesi giuste. Argomenti giusti per tesi sbagliate.

la catastrofeQuello che è successo è una catastrofe per la sinistra.
Ma perchè è una catastrofe? Nietzsche diceva che difendere una tesi giusta con argomenti sbagliati è il modo migliore per nuocerle. E paradossalmente ora non solo avviene questo, ma anche l’opposto, ovvero che si impieghino argomenti giusti in linea di principio, che però diventano sbagliati se calati nella situazione presente.

In che senso? Si sono affermate grosso modo due linee di pensiero sulla valutazione dei fatti:

1) Il PD avrebbe dovuto votare Rodotà, per la carica di “rinnovamento” di cui il candiato era espressione e per permettere in seguito un accordo con il Movimento 5 Stelle. Secondo questo punto di vista bene si è fatto a silurare Marini, percepito come un candidato non rispondente a tale bisogno di rinnovamento. Da questo punto di vista l’elezione di Napolitano rappresenta un arroccamento delle vecchie classi dirigenti e il governo con Berlusconi costituisce un “tradimento” nei confronti dell’elettorato la cui volontà era “mai con Berlusconi”. L’alleanza esplicita viene considerata inaccettabile moralmente, ancor prima che politicamente. Per questo scaturisce un movimento di protesta nella base che vuole essere espressione del fatto che i militanti del partito non si sentono più rappresentati dai dirigenti.

A questa lettura se ne contrappone un’altra:

2) L’intero modo di pensare sopra descritto manifesta subalternità culturale nei confronti del grillismo. Rodotà non poteva essere proposto in quanto (oltre a non avere i numeri) sarebbe stato un cedimento esplicito nei confronti del Movimento 5 Stelle. La bocciatura di Marini è stato un fatto gravissimo in quanto con essa è avvenuta una rottura della disciplina di partito. Essendo stato deciso a maggioranza quel candidato, il partito avrebbe dovuto sostenerlo, senza cedere agli umori della piazza. In generale, si rimprovera a coloro che sostengono la prima tesi un’incomprensione del concetto di rappresentanza politica e un cedimento alle suggestioni populistiche dei grillini. Rappresentante non è colui che deve farsi portavoce immediato degli umori della base, ma effettuare delle scelte di maggior respiro, che tengano conto di considerazioni politiche con non possono essere immediatamente evidenti a tutti e più in generale del bene del paese.

Entrambe le linee di pensiero hanno una loro legittimità e coerenza interna. Ma a mio avviso entrambe non colgono il punto, per motivi diversi. Ma per capire qual è il punto bisogna porsi una domanda che si situa più a monte, una domanda che sollecita risposte di una complessità a cui forse non siamo più abituati. La domanda è: che cos’è la sinistra? che cosa si prefigge? La mia impressione è che da molto tempo nessuno si ponga davvero questa domanda.

Solo se si ha chiara una risposta di massima a questa domanda, e la risposta è condivisa, pur tra le differenze interne e le divergenze di interpretazione che inevitabilmente sorgono, ha senso parlare di un partito di sinistra. Solo a quel punto ha senso rivendicare l’unità d’azione del partito come intero. Questa condizione nel PD non è soddisfatta. Il cosidetto “partito aperto” non è un partito in questo senso, in quanto non si pone il compito di trasformare la società in base alla propria riflessione e alle proprie idee, ma semplicemente di rispecchiarla passivamente.

Molti (incluso il sottoscritto) hanno creduto che il tentativo di Bersani potesse costituire una sorta di rifondazione del PD, una sua trasformazione nella direzione di un partito vero e proprio. Così non è stato. Bisogna avere il coraggio, ora, di procedere ad un’analisi impietosa dei punti di debolezza. In molti hanno individuato questa debolezza in aspetti come la comunicazione. Certo difficoltà ci sono state, ma esse nascevano da un problema che si situava più a monte, un problema politico.

Non bisogna mai scordarsi, in primo luogo, della fase storica tutt’altro che ordinaria nella quale si è inserita la parabola di Bersani: la più grande crisi economica dalla seconda guerra mondiale, entro la quale si è inserita la crisi dell’Eurozona. Di questa crisi, entro il Partito Democratico si era sviluppata fin dal 2010 un’analisi (non condivisa peraltro da altre parti dello stesso partito) che era più avanzata della maggior parte delle altre analisi allora disponibili. Ora tutti sono contrari all’austerità, ma all’epoca dirlo sembrava una bestemmia. E su questa analisi si era costruita una grande prospettiva di cambiamento a livello non solo nazionale, ma europeo. Hollande, Bersani e poi i socialdemocratici tedeschi: il cambiamento di egemonia politica e una presa d’atto a livello culturale dei fallimenti dell’ideologia neoliberista avrebbero determinato un cambio di direzione nella gestione della crisi, che si sarebbe accompagnato ad un recupero delle idee della sinistra, con un rafforzamento dei poteri europei in una direzione autenticamente democratica, recuperando così a livello europeo quella capacità di incidere sui processi e di regolarli che era stata persa al livello nazionale, perchè di scala troppo ridotta rispetto alle dimensioni della globalizzazione.

Si trattava di una visione grandiosa, un ritorno della grande politica, posta per un trentennio in una posizione ancillare rispetto alla finanza. E si trattava di una visione che avrebbe permesso di liquidare d’un colpo tanti vizi della sinistra degli ultimi vent’anni: il moralismo, il provincialismo, lo stesso antiberlusconismo.

Ma era una visione che richiedeva moltissimo coraggio e sopratutto un’esatta coscienza diffusa della missione storica a cui si era chiamati. Questo coraggio e questa chiarezza ideale sono mancate. Con il sostegno al governo Monti, che poteva anche essere tatticamente compreso, ma che doveva durare di meno e doveva essere spiegato meglio. Con le primarie che hanno portato a ricadere in falsi dibattiti su un “rinnovamento” di persone ma non di idee. Con una campagna elettorale in cui il nemico è ritornato ad essere il vecchio, logoro Berlusconi. Bisogna scegliersi il proprio nemico. La sinistra aveva la possibilità di scegliersi un grande nemico, un nemico metafisico: il neoliberismo. Si è invece scelta un nemico da operetta.

Questo ci conduce alla sconfitta e all’affermazione di Grillo. Anche qui eravamo di fronte a un segnale, certo. Ma quel segnale si poteva interpretare in due modi. O nel modo più banale, come un voto “contro i partiti”, oppure come un voto contro la crisi, l’austerità e le misure del governo Monti dettate dall’Europa a guida tedesca, per l’affermazione di una diversa idea di Europa. L’idea di coinvolgere Grillo in un governo era l’idea giusta. Ma in questi casi ciò che conta, ancora prima delle alleanze, è il senso politico dell’alleanza. Paradossalmente persino un governo con Berlusconi sarebbe stato positivo se impostato su un programma di contestazione del fiscal compact e dei vincoli europei. Il voto è stato invece interpretato nel modo più semplice, segnando la vittoria di Grillo, prima di tutto sul piano ideologico.

Per questo Marini era la scelta sbagliata: non perchè esponente della “vecchia” politica, ma perchè caldo sostenitore dell’alleanza PD-Monti. E per questo richiamarsi alla fedeltà ad un partito che aveva smarrito la bussola ideale originaria era fuorviante. Il centralismo democratico, in mancanza di un’unità ideale diventa dittatura sulle minoranze.

Ed è per questo che la sinistra è in crisi. Ancora prima di essere in crisi di preferenze, il problema della sinistra è di non sapere chi è. Riscoprirlo è possibile ma richiede un lungo percorso. E richiede di prendere nuovamente sul serio parole come “riflessione”, “teoria”, “pensiero”.

Pubblicato in Uncategorized | 6 commenti