La mistica del web

C’è un nuovo Vangelo che da qualche tempo viene predicato in giro per l’Italia e non solo da Beppe Grillo. E’ il vangelo del Web. Con un sorprendente ritardo (20 anni dopo la creazione di Internet, 12 dopo lo scoppio della bolla dot-com e delle grandi speranze riposte nelle new economy, 9 anni dopo l’invenzione di Facebook) anche qui da noi si “scopre” il valore rivoluzionario della rete.
“Nulla sarà più come prima”, “il nuovo sta avanzato e spazzerà via tutto”, non c’è niente di più vecchio, ripetitivo e conservatore dell’armamentario retorico del rinnovamento messianico.
In questo caso il Messia è la rete, che rivoluzionerebbe il rapporto tra governanti e governati, abolirebbe qualunque forma di mediazione politica e permetterebbe ai cittadini di avere un rapporto diretto con le istituzioni, in una sorta di ideale democrazia totale in cui i cittadini si autogovernerebbero attraverso la rete.Al messianismo informatico si aggiunge uno spontaneismo venato di anarchismo. Tra le tante cose che si potrebbero dire su un miscuglio tanto contraddittorio, se ne può tirar fuori una su tutte: internet è esso stesso una forma di mediazione. Anzi, molte forme. Un forum, una chat, Facebook, una piattaforma di contribuzione collettiva (come Wikipedia) sono altrettanti ambienti, altrettanti linguaggi caratterizzati da regole precise, implicite ed esplicite, da relazioni di potere, da censure, divieti, codici di comportamento. E queste regole non sono affatto decise democraticamente. Non solo, si svolgono su piattaforme che sono in molti casi di proprietà privata.
Credere che le “modalità” della partecipazione online non influenzino la partecipazione stessa, credere che questo terreno sia esente dai conflitti e dalla aporie che caratterizzano il “mondo reale” è un’idea che può essere dettata solo da ingenuità o malafede.
Internet è uno strumento, potente e significativo, che cambia alcune modalità di interazione in virtù della sua legalità intrinseca. Ma, come tutti gli strumenti riproduce al proprio interno, nelle forme sue proprie, le stesse identiche dinamiche che si hanno in ogni associazione umana. Da questo punto di vista è molto istruttivo osservare le contraddizioni che esplodono dentro al movimento grillino, che rispecchiano altrettanti nodi irrisolti, che la vaghezza e l’utopismo della dottrina lasciano indecisi. La domanda è quella classica di ogni dottrina politica: chi decide, in ultima istanza? Certo, può darsi che ci sia accordo, sopratutto nella fase iniziale, nello statu nascendi, dove la promessa del successo porta a tenere sotto traccia i conflitti. Ma prima o poi sorgono controversie. E allora, chi prevale? Grillo, i candidati del movimento, l’assemblea virtuale dei cittadini? E nell’ambito di quest’ultima, con quale metodo decisionale? Se si rifiuta la codifica di procedure certe di decisione, di un meccanismo istituzionale (orrore!), in caso di conflitti, la guerra di tutti contro tutti è assicurata. E allora iniziano già ad emergere le accuse: di esserecollusi coi partiti, di aver tradito l’ispirazione del movimento, di voler usare il Movimento comemezzo di affermazione personale, di voler fare il leader, di essere un agente provocatore della casta.
La coscienza grillina affonda così nelle sue contraddizioni, rimbalzando tra i diversi aspetti, giustapposti ma inconciliabili di questa sconclusionata ideologia.
E, all’interno di quest’anomia, di cui si potrebbe sorridere in tempi più felici, forte è il rischio che, accanto a cittadini benintenzionati, altri interessi possano servirsi del Movimento per i fini più vari e oscuri. Per questo si è costretti a prendere questo fenomeno sul serio, molto sul serio.
Il pericolo non viene dai singoli aderenti al movimento, anzi, la volontà di partecipazione è sempre da vedere come fattore positivo. Sarà la stessa gestione concreta negli enti locali a smussare determinati eccessi.
Il pericolo viene dall’impianto ideologico complessivo che, per quanto contraddittorio, contiene principi pericolosissimi, come quello della disintermediazione. Sono pericolosissimi proprio perchè inattuabili. Se si rifiutano le mediazioni esplicite, allora sorgono mediazioni occulte. Si tratta di un processo già iniziato da molto tempo. Ma che bisognerebbe invertire, non accentuare.
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