Mercati e filosofia della storia

In ogni epoca esiste un ambito centrale, che viene, per così dire, preso a modello di tutti gli altri e dà loro forma. Originariamente si trattava dell’ambito religioso. A ogni diversa religione corrispondeva un determinato assetto delle istituzioni politiche, delle relazioni umane, economiche e sociali. Questo perché la religione era la forma rappresentativa in cui una determinata società rispecchiava sé stessa e “consacrava” le sue scelte organizzative fondamentali, le sue idee elevandole in un Pantheon ultraterreno.

Nell’epoca moderna, tuttavia, si è avviato un lungo processo di secolarizzazione che, pur non cancellando del tutto questo meccanismo proiettivo, l’ha dislocato in forme e settori diversi dell’esperienza umana. La forma archetipica di una determinata esperienza umana è stata via via posta nella metafisica, nella scienza, nella morale, nell’economia, nella politica. Via via che questi spostamenti si verificavano, il settore fondamentale assumeva un’importanza centrale nella vita dell’epoca e tutti gli altri mutuavano da esso alcuni tratti. Si pensi ad esempio al ruolo del re e della sua corte nella monarchia assoluta come modelli di comportamenti e principi di organizzazione per l’intera società.

Certo, la forma religiosa restava tuttavia implicitamente alla base di tutte queste identificazioni proiettive che rimanevano, per quanto secolarizzate, in fondo delle teologie. Una forma particolare di queste secolarizzazioni, analizzata da Karl Löwith, era la filosofia della storia. Se nella religione cristiana la storia era giustificata e assumeva significato in rapporto ad un’economia della salvezza scandita da alcuni eventi fondamentali (il peccato originale e la caduta, il cammino del popolo eletto, l’apparizione dei profeti, l’incarnazione di Dio, la sua morte e la sua risurrezione e infine la sua futura venuta e il giudizio finale), nella filosofia della storia il senso delle vicende umane era ricercato in un altro principio, che in fondo trovava tuttavia sempre un modello in una qualche versione di storia teologica (magari in una sua forma eretica). Esempi di filosofia della storia sono la teoria del progresso verso il meglio verso le magnifiche sorti e progressive dell’umanità sulla spinta del progresso scientifico, l’idea del perfezionamento morale dell’umanità nella storia, la visione secondo cui potrà un giorno essere instaurata sulla Terra una società davvero giusta, sorta di regno dei cieli in Terra. Tutte queste sono visioni teleologiche, in cui la storia è vista come tensione verso uno stato migliore o più alto, sia che questo stato sia visto come raggiungibile sia come ideale a cui approssimarsi indefinitamente. Esistono poi immagini della storia ispirate alla più antica concezione ciclica per cui, al di là dei mutamenti e degli sconvolgimenti, le vicende umane si trovano sempre, bene o male, a riprodurre le stesse configurazioni e nulla di nuovo vi è sotto il sole. Questa concezione è ben rappresentata, oltre che in varie filosofie anche nel senso comune e nella saggezza popolare, soprattutto nella disincantata consapevolezza italica. Esistono poi visioni catastrofiste per cui la storia tende ineluttabilmente a una qualche forma di disastro, o comunque va incontro a un drammatico e continuo processo di corruzione, per cui il passato è visto come sempre e comunque migliore di un futuro incerto, in cui le forze della male e della disonestà avanzeranno sempre più indisturbate. Questo modo di vedere le cose sta alla base di distopie (il contrario dell’utopia) molto rappresentate nella letteratura e nel cinema.

Esiste infine un gran numero di combinazioni di queste idee, per cui il progresso si unisce alla ripetizione, oppure le cose si ripetono ma sempre in versione peggiore e così via.

Non va sottovalutata l’importanza di queste idee, perché spesso stanno, anche inavvertitamente, alla base delle nostre convinzioni politiche ed esistenziali.

Altrettanta attenzione va prestata alle forme che si prestano a dare raffigurazione pubblica a tali concezioni. Una di queste forme, che ha assunto importanza centrale negli ultimi trent’anni (costituendo di fatto una di quelle secolarizzazioni di cui si parlava all’inizio), è quella dei mercati finanziari. Potrebbe sembrare che questioni tecniche come la gestione di portafogli, investimenti in azioni, obbligazioni ecc. non abbiano molto a che fare con religione e filosofia.

Ma forse una considerazione più attenta può mostrare come, nei semplici grafici delle quotazioni, tutte le concezioni descritte possano essere agevolmente rappresentate.

Naturalmente la prima forma è quella del progresso verso il meglio. Il motivo per cui chiunque investe il proprio denaro è la speranza di ottenerlo accresciuto. Nei grafici ascendenti, senza alcun limite superiore teorico, è implicita una promessa di ricchezza infinita, suffragata dalle molte success stories (si pensi alla saga di Warren Buffett che, con un capitale iniziale irrisorio, è diventato uno degli uomini più ricchi del mondo, o ai titoli Apple, il cui valore si è moltiplicato per più di 120 volte dal 1997). Poi, ricorrentemente nei periodi di boom si crea l’illusione che si sia finalmente trovato il modo per evitare le crisi, che le quotazioni non scenderanno mai e che la cornucopia dell’abbondanza distribuirà i suoi doni all’infinito. Grande importanza rivestono in queste fasi gli analisti che, novelli profeti, annunciano l’avvento di una nuova era radicalmente diversa dalle precedenti (non si può non ricordare al proposito la retorica messianica della new economy, secondo cui si stava entrando in un mondo radicalmente nuovo, nel quale tutti i criteri precedentemente adottati sarebbero stati inutili e obsoleti, sostituiti dalla forza delle idee e da mirabolanti speranze di profitti futuri che, nella maggior parte dei casi, non sarebbero mai arrivati).

Poi, però, le crisi arrivano. E allora i mercati ripropongono un altro motivo profondamente radicato nella cultura e nella mitologia: la punizione divina per la hybris dell’uomo che ha creduto di essere onnipotente, di evitare per sempre il limite e la finitezza.

Se la crisi si prolunga, poi, l’ottimismo teleologico si trasforma nel suo contrario, nel catastrofismo. I profeti, che prima inneggiavano al mondo nuovo, ora si trasformano in profeti di sventura. Si pensa e si dice che la discesa agli inferi non avrà mai fine, che il peggioramento porterà alla rovina. Scenari di rivolta, guerra, miseria si affollano nell’immaginario, e talvolta anche nella realtà.

Infine, nel momento peggiore e più cupo, quando ogni speranza pare perduta, ecco comparire, inaspettata la ripresa, il miracoloso rimbalzo. E l’intera storia si ripete, tanto su scala secolare, quanto su periodi corti e cortissimi.

Dalla considerazione complessiva dell’intero processo, emerge l’elemento ciclico che, occultato dagli altri momenti, rimane al fondo dell’intero processo. Da qui la saggezza – o il cinismo – di chi contempla le serie storiche degli andamenti di borsa, in cui grandi tragedie dell’umanità (le guerre mondiali, la crisi del ’29, la crisi attuale del debito europeo) sono semplici ribassi che vengono poi relativizzati da successivi rialzi. Ne viene fuori un senso di superiorità olimpica, una certa indifferenza alle vicende umane che sarebbe più proprio di Dio che degli uomini (Llyod Blankfein, il capo di Goldman Sachs, diceva di sé: “Sono solo un banchiere che fa il lavoro di Dio”).

In questo mondo dove dominano grafici e modelli matematici, il ruolo della libertà umana è chiaramente molto relativizzato. L’unico ruolo del buon investitore è quello di saper cogliere il momento opportuno, il kairos di un ciclo che è assolutamente indipendente dalla sua volontà e che al massimo può sfruttare a proprio vantaggio. È una storia senza soggetti, dove i soggetti sono solo ruoli e funzioni in un meccanismo più grande che li sovrasta.

Al contrario, l’idea che sta alla base della politica (e lo scontro tra una visione economicistica della politica e una visione politica dell’economia è radicale, perché, come abbiamo visto, si tratta in un certo senso di due opposte religioni, e la guerra di religione è la più feroce di tutte) è che gli uomini non siano invece completamente passivi di fronte agli eventi, ma che abbiano la possibilità, dopo un’attenta ed esatta analisi delle circostanze, di prendere in mano il proprio destino e influire sul corso della storia. Che la storia non sia solo un prodotto di forze naturali e sovrumane, ma sia, anche, il risultato della consapevolezza e delle decisioni degli uomini organizzati. Che non possono cambiarla arbitrariamente, è chiaro: devono sempre tener conto dei limiti e rapporti di forza. Tuttavia, alla radice di questa concezione c’è una fiducia nell’uomo che è molto lontana dal pessimismo del finanziere, che ha una visione meccanicistica della storia e dell’umanità.

La molteplicità dei piani sui quali si svolge la discussione intorno alla presente crisi non deve nascondere che, al fondo di tutto, è questo che è in gioco. È a questo livello, non più in basso, che va posto il dibattito. Tutto il resto ne discende.

(pubblicato su Magazine Treccani il 20/6/2012)
http://www.treccani.it/magazine/piazza_enciclopedia_magazine…

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