Il grande oblio

 

 

 

Non c’è niente di più pericoloso del senso comune, di tutte quelle convinzioni, cioè, che sono accettate più o meno senza discussione, in quanto considerate “ovvie”, o comunque parte di un’analisi della realtà condivisa dalle persone ragionevoli. Si tratta di elementi che possono far parte di quel complesso insieme di fattori che Antonio Gramsci chiamava egemonia.

Per la generazione cresciuta negli anni Novanta e Duemila faceva parte del senso comune politico un discorso che suonava più o meno così:

“Con il muro di Berlino non crollarono solo le divisioni del mondo ma anche le ideologie, le grandi narrazioni, le utopie che, con la pretesa di cambiare il mondo si erano rovesciati in incubi autoritari. Con il venir meno di queste idee, forse belle e generose ma velleitarie, si aprì finalmente la possibilità per una politica più pragmatica, attenta alla concretezza della vita della gente, semplice nel linguaggio e ragionevole nelle proposte. In particolare nel nostro paese si crearono finalmente le condizioni per quella rivoluzione liberale che non l’Italia non aveva mai avuto, prigioniera com’era delle ideologie cattolica e marxista, che, fornendo un alibi a resistenze corporative e a modi di rivendicazione arcaici, costituirono un grave freno per la modernizzazione del nostro paese.”

Potevano cambiare delle sfumature, degli accenti posti diversamente a seconda delle forze politiche, ma la sostanza dell’analisi rimaneva uguale. Le recriminazioni vertevano sull’effettiva capacità di realizzare le “riforme”. Quale fosse la natura delle riforme che andavano realizzate, però, era dato per scontato.

Quello che colpisce di più di questo processo è che esso si fondava su un colossale meccanismo di oblio collettivo della storia, che operava attraverso una serie di dispositivi retorici. Il primo è all’opera nel testo immaginario sopra riportato: la posizione di una netta cesura tra “il Novecento” (concepito come secolo breve, finito con l’Unione Sovietica) e quanto era venuto dopo. Bisognava superare le ideologie del Novecento, le divisioni del Novecento, le lotte del Novecento. Il Novecento diventava una vecchia foto d’archivio in bianco e nero dove campeggiavano guerre, manifestazioni, scioperi, mentre il mondo nuovo era colorato, veloce, dinamico, senza frontiere.
Chiaramente è vero che il mondo cambiò enormemente con la fine della contrapposizione tra i due blocchi. Ma stava già cambiando prima. La grande transizione avvenne negli anni Settanta e si compì negli anni Ottanta. La fine della guerra fredda non fu altro che l’effetto, l’epifenomeno di processi storici più profondi, che venivano da lontano.
Ma proprio quella falsa cesura, quella cesura estetica, fondata su immagini (una su tutte: il muro di Berlino che cade) era l’ostacolo più grande opposto ad una vera comprensione delle forze in campo. La rappresentazione sostituiva la comprensione e la impediva.

La stessa cosa avvenne, in piccolo, in Italia. Anche qui si costruì una grande contrapposizione retorica. Da un lato la prima repubblica, ridotta unicamente a un regime partitocratico corrotto e parassitario, con i suoi riti vuoti e le sue parole incomprensibili, depurata da tutta l’incredibile complessità di una storia straordinariamente ricca, carica di tensioni ma anche di ideali e di speranze. Dall’altro il nuovo. Un nuovo assolutamente privo di contenuto, per la semplice ragione che ogni rinnovamento storico nasce da un rapporto complesso con il passato, di critica di determinati aspetti e di continuazione di altri. Se si persegue una rottura assoluta con il passato è chiaro che la novità non può essere che il vuoto.
E fare il vuoto fu esattamente il risultato del clima culturale che circondò Mani Pulite, un grande rito collettivo ispirato al cupio dissolvi. Sia chiaro, alla base di Tangentopoli stavano fatti assolutamente reali e non più sostenibili e l’inchiesta giudiziaria fu sacrosanta. Ma si trattava di fatti che avevano una precisa ragione storica nella situazione internazionale che era da poco venuta meno. A tali fatti andava data una soluzione politica. Ma sia per l’incapacità della classe politica dell’epoca di capire per tempo che bisognava essere all’altezza della radicalità delle sfide dell’epoca, sia sopratutto per il clima culturale generale, che venne esacerbato dai media, alla volontà di capire e di discernere, ad un difficile giudizio storico si preferì una condanna sommaria e indiscriminata pressochè dell’intera classe politica.
L’altro cardine della svolta che diede origine alla seconda repubblica fu la legge elettorale. Anche qui non si vuole contestare che potesse essere eventualmente necessario riformare questo aspetto. Il punto è che essa si trasformò in un mito. Si riposero speranze di una palingenesi della classe politica e di un magico ritorno di governabilità ed efficienza del sistema politico in un semplice cambiamento procedurale, una riforma tecnica non accompagnata da un rinnovamento delle culture politiche. Conformemente alla visione che concepiva la politica di partito come corruzione consociativa, qualunque forma di accordo e compromesso tra partiti diversi fu vista con sospetto come ciò che verrà poi definito inciucio. Non solo la legge elettorale ma anche tutto il discorso pubblico mirava a far sì che le coalizioni fossero concepite come blocchi rigidi e immodificabili.
Infine fu lo stesso lessico della politica a essere bandito. Le parole, i discorsi che servivano a una forza politica per definire la propria identità, per comunicare i propri programmi, per declinare un’idea di società furono banditi come tecnicismi incomprensibili e lontani dai problemi della gente.
Ancora una volta, di quel linguaggio si era effettivamente abusato, spesso lo si era svuotato di significato. Ma togliere alla politica la sua storia, la sua possibilità di mediazione e di accordo e il suo linguaggio significa privarla della sua essenza, dei suoi strumenti, condannarla ad un’esistenza pallida e illusoria.
Non a caso, contemporaneamente, anche gli strumenti di intervento economico vennero sottratti alla politica. Certo, di quegli strumenti era stato fatto un uso distorto, ma anche in questo campo si affermò una logica che anche in seguito ebbe molta fortuna, ovvero che ciò che non funziona non va migliorato e riformato, ma tagliato e abolito. Vennero dunque le privatizzazioni a prezzi di saldo. E venne un processo di unificazione monetaria ispirato a principi che non solo sottraevano la politica monetaria al controllo politico, ma che, non realizzando alcun tipo di unione fiscale tra paesi ed essendo dunque costretto a vietare ogni finanziamento della Banca Centrale agli Stati per evitare i rischi di azzardo morale, subordinava di fatto totalmente la politica economica al controllo dei mercati.

Tutto ciò va letto come un insieme coerente di eventi. La sfiducia nella politica che è poi sorta nasce dall’impotenza della stessa che il combinato disposto di queste scelte ha determinato.
D’altra parte, però, a questi cambiamenti, in parte illusori e in parte drammaticamente reali, non corrispose alcuna vera riforma istituzionale. E’ risaputo che, dal punto di vista costituzionale non vi è alcuna cesura tra prima e seconda repubblica. Non è un caso. Le fragilissime basi che abbiamo descritto, sulle quali fu costruita la svolta dalla prima alla seconda repubblica, erano quasi totalmente effetti scenografici, quinte fumogene che non potevano concretizzarsi in qualcosa di reale perché non si fondavano su una solida teoria che fosse in grado di comprendere i nodi effettivi della realtà contemporanea. Della realtà contemporanea, della sua analisi si parlava molto poco. La spettacolarizzazione della politica va compresa in questo quadro, come una vistosa apparenza allestita per nascondere il nulla sostanziale in cui risolveva la presunta seconda repubblica.
Dall’altro lato i processi reali, la mediazione politica che comunque in un certo modo doveva pur avvenire, continuava a svolgersi per inerzia, secondo vecchie logiche, costituendo le vergognose pubenda che il sistema nuovo doveva nascondere perché il suo linguaggio pubblico le condannava. L’impossibilità della politica e della mediazione di avvenire alla luce del sole ne produceva una versione deformata nella forma della faccenderia e della cricca, situantesi vicino al confine con l’illegalità. Da questo la perpetua minaccia di inchieste giudiziarie che, attraverso un corto circuito perverso con certa stampa e con determinati centri di interesse costituiva una perpetua spada di Damocle e probabilmente anche un elemento di ricatto e condizionamento.
Si innescava così una coazione a ripetere per la quale, se da un lato tutto ciò che poteva ricordare la prima Repubblica era oggetto di pubblica esecrazione, dall’altro continuava ad esistere non nella sua forma reale, ma proprio nella versione caricaturale propria del discorso pubblico. Quello che gli anni di Mani Pulite avevano distrutto (certo non per intenzione diretta ma per una beffarda eterogenesi dei fini) non era il malaffare e la corruzione, che anzi prosperava più fiorente che mai (e ora per interesse individuale e non per il Partito), ma la dignità della politica e il senso della propria missione che questa aveva avuto. E’ per questo che le nuove inchieste che in sequenza infinita si aprivano non facevano altro che moltiplicare senza fine il mito fondatore di quell’epoca, alla ricerca di un’impossibile purificazione per via giudiziaria, con quel furore nichilista di cui Marco Travaglio è stato l’interprete par excellence. A questi personaggi è sempre sfuggito che il primo passo per ridimensionare questi fenomeni è proprio smettere di trattare la politica in generale come una materia criminale, come una cosa sporca e meschina e restituirle un senso, una grande missione, rincominciare a considerarla, secondo una splendida espressione di Francesco Cossiga, come “il sacerdozio del Tempo e della Storia”. La politica o è grande o non è. O ha che fare con la Storia o si riduce a piccola amministrazione nel migliore dei casi e a corruttela e faccenderia nel peggiore. E per essere grande la politica non può non esistere in un legame profondo con una visione del mondo, con un’idea comprensiva della realtà, che si vuole attuare. Poi certo, la mediazione è l’elemento della politica e il realismo è un suo attributo necessario, la sua virtù. Ma la mediazione in cui entrano in gioco puri interessi non è propria della politica, ma, al contrario, è il segno della sottomissione della politica all’economia. Riscoprire un’antropologia complessa, per la quale l’uomo non è meramente un agente economico ma un essere che si pone il problema del senso del mondo dove vive e vuole costruirlo e modificarlo secondo le proprie idee è il primo passo per un recupero del significato della politica.

Riallacciare i fili della storia, riscoprire il passato dimenticato è la prima cosa che la nuova generazione deve fare per non annaspare più affannosamente nel vuoto di dibattiti fittizi, ma per porre le basi per una nuova rinascita italiana.
Come già detto, questo recuperò di idealità non è in contraddizione con un robusto realismo. Viviamo in tempi eccezionali, nei quali le vecchie coordinate si sono perse e le nuove ancora non si intravedono. La familiarità con la categoria dell’eccezione di noi italiani dovrebbe paradossalmente farci sentire a casa in questo nuovo tempo caotico.
Sarebbe allora meglio abbandonare i vuoti sogni di una rivoluzione liberale estranea alla nostra storia e alla nostra cultura, un’araba fenice sempre auspicata e decantata e mai realizzata e riannodare i fili con una realtà e con una tradizione certo complessa, piena di contraddizioni e complessità ma anche infinitamente più ricca e affascinante di quanto voglia la vulgata. Contro i molti che “si sono immaginate Repubbliche e Principati, che non si sono mai visti nè cognosciuti essere in vero” sarebbe allora, come consigliava un grande italiano “più conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa”.
Ma questo è tutto il contrario di un compromesso al ribasso. Prendere sul serio questo compito significa ricostruire un vero sistema dei partiti, un rapporto tra politica e cultura, riprendere un’elaborazione sulla complessa identità nazionale italiana. E ancora prima, sottrarre tutte queste espressioni al logoramento e allo slittamento di significato a cui sono andate incontro. Sostituire la politica alla faccenderia. Rendere i partiti delle forme di aggregazione popolare e partecipazione democratica invece che cricche e aggregatori di élites. Sottrarre la cultura al suo isolamento antiquario e autoreferenziale. Recuperare delle strutture attraverso cui l’elaborazione intellettuale diventi qualcosa di più che materiale per congressi e ritorni ad essere strumento di formazione.

Tutto questo è necessario per recuperare gli elementi che rendevano possibile il fragile equilibrio su cui si reggeva l’ “eccezione italiana”, venuti meno i quali i processi degenerativi ai quali abbiamo assistito sono stati inevitabili.
L’idea di voler diventare un “paese normale” non ci ha portato ad anni di grande fioritura e splendore. Non sarebbe allora meglio accettare la nostra storia e la nostra particolarità, declinandole creativamente per immaginare un futuro per l’Italia?

(pubblicato il 20/10/2012 su Il Mercurio)
http://www.ilmercurio.it/2012/10/il-grande-oblio/

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