Bersani e i limiti del pragmatismo

Bersani_Reggio_EmiliaLa vittoria di Bersani è stata netta, ampia e riconosciuta anche da Renzi. Personalmente non posso che esserne contento. La strada indicata da Renzi mi sembrava fin dall’inizio un vicolo cieco, mentre la candidatura di Bersani mi pareva invece andare nella direzione giusta (come ho scritto anche su questo sito).

Ma se Bersani rappresenta un passo nella direzione giusta sulla strada del rinnovamento, non può e non vuole nemmeno esserne il punto di arrivo. Del resto il punto di forza della candidatura di Bersani è stata proprio l’insistenza sul valore del “noi”, sul carattere collettivo del lavoro politico che deve essere recuperato, sulla rivalutazione del ruolo dei partiti e dei corpi intermedi. Quel lavoro è appena iniziato e si trova ora sulla base migliore per essere portato avanti.

Nell’ottica di questa discussione, credo sia utile anche fare qualche riflessione critica su alcune delle idee di Bersani che sono emerse nel corso di questa campagna elettorale per le primarie.

In particolare, uno spunto interessante può essere l’intervista al segretario pubblicata da Claudio Cerasa su “Il Foglio”, dal titolo “Io, Monti, la sinistra e Renzi”. In quell’intervista Cerasa domandava a Bersani in che cosa non si sentisse più comunista. Si tratta di una domanda che al di là degli intenti di chi la poneva (che possono in parte far comprendere la risposta di Bersani) è di grande interesse. Perché siamo nell’ambito di una grande svolta storica nella quale i presupposti culturali e politici della cosiddetta Seconda Repubblica vengono messi in discussione ed è dunque utile ridiscutere anche i rapporti dei partiti e delle culture politiche attuali con le tradizioni della Prima Repubblica.

La risposta di Bersani è interessante perché esprime una caratteristica fondamentale della visione del mondo della generazione politica di cui il segretario fa parte, caratteristica che forse ha rappresentato una della principali debolezze del pensiero politico di tale generazione. Così risponde Bersani a Cerasa:

Non so come dire, ma per me il discorso è elementare e quando penso a una ragione per cui non mi sento più comunista penso a questo. Penso che per me essere di sinistra significa andare oltre il costruttivismo del Pci. Penso che per me essere di sinistra e non più comunista significa non avere un’ideologia al servizio di una visione. Penso che per me essere di sinistra e non più comunista significa che non esistono tracciati già costruiti e che non esistono idee che vengono prima delle realtà. Ecco. Per me non essere più comunista significa questo. Significa che la politica deve avere delle regole e delle idee non astratte e non teoriche ma aderenti alla realtà. Ci sono dei problemi e poi si agisce.

L’ideologia del pragmatismo fu una delle principali strategie con la quale la classe dirigente del PCI reagì di fronte allo stato di difficoltà e di disgregazione che la crisi dell’Unione Sovietica, la caduta del muro di Berlino e poi la Svolta (che, per le modalità con cui fu gestita da Occhetto gettò il partito nel caos) avevano indotto nei militanti e più in generale negli elettori di sinistra.
Quella transizione non fu vissuta semplicemente come un mutamento di scenario politico, ma come il crollo di un mondo. In questo processo traumatico, in questa crisi di coscienza collettiva, anche i tradizionali riferimenti ideologici (tra cui in primo piano c’era il pensiero di Gramsci) sembrarono perdere la loro validità. Invero già con il fallimento della strategia del compromesso storico, vanificata dalla tragica morte di Aldo Moro, il PCI aveva subito una prima battuta d’arresto dal punto di vista strategico. Ma l’impatto non fu paragonabile al trauma della Svolta. In quell’occasione non fu seguito il tradizionale adagio togliattiano del “rinnovamento nella continuità”, inseguendo invece l’idea di una palingenesi totale, anticipatrice dei tanti “nuovismi” che riemergeranno ciclicamente nel successivo ventennio.

L’idea della necessità di un salto in avanti, che si lasciasse alle spalle tutte le eredità del passato però lasciava il nuovo partito e i suoi esponenti privi di un’ideologia e di una visione del mondo, che non fosse, appunto, il mito del “nuovo”. Si determinò allora una scissione tra coloro che declinavano in forme via via mutevoli questo mito (gli aedi del partito liquido, delle primarie, della politica del web e via dicendo) e dall’altro lato i “pragmatici”, coloro che si dedicavano alla gestione e all’amministrazione dell’esistente.

Se la prima è una posizione velleitaria, anche la seconda è però insufficiente. In politica non esiste “la realtà” intesa come un dato immodificabile. La realtà sociale viene innanzitutto profondamente condizionata dalle idee e dalle concezioni delle persone. C’è certo un elemento di fondo irriducibile (e l’illusione di Berlusconi è stata credere che la rappresentazione potesse cancellare la realtà, che tutto dipendesse dalla “fiducia” e dall’ “ottimismo”, dove queste assumevano i caratteri di un’adesione fideistica e non di un impegno attivo per cambiare la realtà), ma negare l’importanza di un’ideologia (che è molto di più di una “narrazione”) nel permettere a una parte politica di diventare egemonica e di cambiare effettualmente la realtà sarebbe un gravissimo errore.

L’ideologia non è una falsificazione aprioristica della realtà. L’ideologia è l’orientamento dei dati in vista del fine che si vuole ottenere. Non interrogarsi sui fini ultimi della politica, non elaborare una propria ideologia significa semplicemente accettare di essere subalterni all’ideologia di qualcun’altro. Un esempio perfetto di ciò è la vicenda dell’Euro. L’ingresso dell’Euro fu considerato all’epoca come un bene in sé, il dibattito sulla sua architettura rimase confinato negli ambienti accademici e la politica assunse acriticamente ciò che era stato discusso dai “tecnici”. Ora, 15 anni dopo ci accorgiamo di come quell’architettura non fosse affatto “neutrale” e “tecnica” ma profondamente improntata da presupposti ideologici. L’Euro, al di là della devastante crisi che ancora oggi viviamo, è stato uno strumento per imporre moderazione salariale, contenimento della spesa pubblica (con conseguente compressione del welfare e della spesa sociale) e di conseguenza per limitare l’autonomia della politica a discapito della finanza. Tutto questo non fu visto proprio perchè si pensava che la politica dovesse ragionare sulla “realtà” e non sui presupposti, non sulla visione generale, non sulla totalità.

La realtà sociale non è un dato, la realtà sociale è fatta dagli uomini che agiscono in condizioni determinate ma che, entro certi limiti, sono liberi di agire se si organizzano collettivamente. I partiti sono lo strumento di quest’azione collettiva. Le ideologie sono le forme di comprensione collettiva che i partiti sviluppano al loro interno e che sono l’espressione del loro punto di vista, punto di vista che parte da interessi determinati ma che, a partire da essi, ambisce a formulare una visione generale della realtà.

Di queste ideologie abbiamo un disperato bisogno, proprio per liberarci dal disperante stato di subalternità culturale nel quale la sinistra è sprofondata negli ultimi vent’anni. Naturalmente la soluzione non può essere un ritorno al passato. Occorre comprendere i mutamenti che sono avvenuti nel frattempo, ma farlo a partire da una revisione delle stesse categorie concettuali che abbiamo adoperato per molto tempo, una critica dei linguaggi, delle forme e delle parole che la sinistra ha utilizzato. Serve una nuova lettura della storia del Novecento.

Servono nuove ideologie non per fuggire dalla realtà o per deformarla ma proprio per agire efficacemente in essa.

(pubblicato il 4/12/2012 su Il Mercurio)
http://www.ilmercurio.it/2012/12/bersani-e-i-limiti-del-pragmatismo/

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2 risposte a Bersani e i limiti del pragmatismo

  1. Lorenzo Tondi ha detto:

    “L’Euro, al di là della devastante crisi che ancora oggi viviamo, è stato uno strumento per imporre moderazione salariale, contenimento della spesa pubblica (con conseguente compressione del welfare e della spesa sociale) e di conseguenza per limitare l’autonomia della politica a discapito della finanza.”

    ettepareva, colpa dei banchieri, degli ebrei, delle potenze demo-pluto-giudaiche, no?
    L’Euro è stato ed è uno strumento per “costringere” gli europei ad affrontare e superare i propri istinti nazionalisti latenti. è uno strumento per far emergere gli squilibri che impediscono al momento la definitiva federazione degli Stati membri. Altro che dominio della finanza e varie teorie del complotto.

    • Giacomo Bottos ha detto:

      Lo vediamo bene ora come l’euro faccia superare gli istinti nazionalistici latenti! A me pare che li faccia piuttosto risorgere. Il problema non è ovviamente l’euro in sè ma il modo sbagliato in cui è stato fatto, prestando solo attenzione ai parametri del deficit (peraltro limitato a un livello che fu deciso in maniera casuale). L’idea originaria di Delors era diversa: usare l’unione monetaria come strumento di convergenza macroeconomica per andare verso l’unione politica. Invece si è considerata la moneta unica come un fine in sé e rimandata l’unione politica in un futuro indefinito, lasciando tutto l’onere degli aggiustamenti ad economie nazionali oggettivamente squilibrate, perchè caratterizzate da tessuti produttivi profondamente differenti.

      Per quanto riguarda il resto non si tratta di un complotto, ma di cose che venivano esplicitamente teorizzate…

      http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/jun/26/robert-mundell-evil-genius-euro

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