Il tempo di Berlinguer e noi. Intervento al convegno “Enrico Berlinguer e la serietà della politica” – di Giacomo Bottos

enrico-berlinguer1Vorrei innanzitutto ringraziare le associazioni organizzatrici, Aldo Tortorella, il sen. Ugo Sposetti, che hanno reso possibile questo convegno e tutti i relatori.

Vorrei premettere che non sono uno studioso di Berlinguer né uno storico e dunque il mio intervento non sarà un tentativo di dare un giudizio su aspetti della vicenda e della politica di Berlinguer. Il mio contributo può solo limitarsi ad essere quello di una riflessione teorica che parte da una considerazione -per così dire- esistenziale su cosa può voler dire per qualcuno della mia generazione -cresciuta dopo la caduta del Muro di Berlino- accostarsi alla figura di Berlinguer e più in generale alla storia del Partito Comunista Italiano.

Il primo aspetto che a mio avviso non bisogna nascondersi è quello di una grande difficoltà. E gli ostacoli maggiori sono proprio le idee sedimentate, le immagini di Berlinguer che sono veicolate dal senso comune. Più in generale sono le stesse categorie politiche con cui siamo portati tutti i giorni a pensare il presente ad essere d’ostacolo nell’accostarsi ad un passato relativamente vicino da un punto di vista cronologico (parliamo di una quarantina d’anni) ma distantissimo in termini di idee, di visioni del mondo e -aggiungerei- di carattere dell’esperienza vissuta.

E le analogie superficiali sono più spesso ingannevoli che rivelatrici. Per fare un esempio banale due concetti che la cronaca ci propone tutti i giorni -le larghe intese e l’austerità- sembrano presentare una formale somiglianza con due elementi centrali nella politica berlingueriana: il compromesso storico e -appunto- l’austerità. Ma è subito evidente come l’analogia possa essere fuorviante e superficiale. E questo vale anche per un altro concetto che ciclicamente ritorna nel nostro dibattito: la questione morale.

Ecco, a mio avviso prendere veramente coscienza di questo iato, di questa distanza è fondamentale, non tanto per “dimenticare” Berlinguer, per congedarsi da lui, ma proprio per “reincontrarlo”, per poterlo comprendere e per avere con la sua figura un rapporto fecondo, un rapporto che possa anche mirare a recuperare gli elementi più vivi del suo pensiero e della sua prassi.

A questo fine è certamente necessario liberarsi dell’immagine del Berlinguer “moralista”, quasi si trattasse di un precoce critico antipolitico dei partiti. Questa immagine, come abbiamo visto dal sondaggio presentato in apertura, è tuttora fortemente diffusa e pervasiva. Di Berlinguer vengono messe in evidenza l’onestà, la qualità morale, caratteri certo presenti eminentemente nel personaggio ma non ne esauriscono certo la vita e l’intenzione più profonda della sua opera, che è sempre stata profondamente politica, in un senso di politica che include un profondo, intimo legame con la riflessione. E’ forse anche necessario emanciparsi da un’immagine agiografica, da una “santificazione laica” a cui è andato incontro. Questo processo, storicamente giustificato dalla grandezza e al paradossale “carisma senza carisma” del personaggio, dal grande affetto che i militanti avevano nei suoi confronti, dalle circostanze particolarmente drammatiche della sua morte (non a caso questo destino fu condiviso anche da Moro) e dallo svolgersi della storia successiva del PCI e del paese, rischia però di essere un limite in sede di comprensione.

Questo è tanto più urgente nel porsi il tema del convegno, la “serietà” della politica appunto. Una considerazione che si limitasse a mettere in evidenza la diversa qualità “soggettiva”, pur presente ed evidente, di personaggi come Berlinguer rispetto a buona parte dei nostri contemporanei, non coglierebbe l’essenziale, rimanendo forse confinato in quella personalizzazione che è una delle cifre della politica contemporanea. La serietà va forse intesa piuttosto come una certa idea della politica e delle sue forme, del suo rapporto con la riflessione.

La serietà così definita non è chiaramente un unicum di Berlinguer, ma in Berlinguer essa era fortemente presente e risulta tanto più evidente in quanto egli si trova a vivere in un’epoca di transizione, in un’epoca in cui tale serietà stava venendo meno. Stava in altre parole avvenendo quel cambio di egemonia culturale che metterà capo a ciò che viene in linea generale definito neoliberismo, che, lungi dall’essere solo un sistema economico è piuttosto anche un insieme di valori, di stili di vita, di modelli di soggettivazione, di forme politiche e di elementi di senso comune.

Questo mutamento complessivo metteva in crisi l’idea di una politica come trasformazione complessiva della realtà, come unità di teoria e prassi e avrebbe messo capo progressivamente ad una concezione della politica come funzione subordinata, come sottosistema sociale a fianco degli altri, come amministrazione dell’esistente.

Berlinguer avvertiva questa crisi e la sua politica era un tentativo di dare risposta ad essa. Ma già allora, mentre venivano formulate, le sue proposte andavano incontro a fraintendimenti. Ad esempio Berlinguer si scagliava spesso contro la tendenza ad intendere il compromesso storico come mero accordo fra partiti, come “consociativismo” o spartizione di potere. La tendenza già allora presente e oggi imperante a concepire un partito politico come un’entità astorica e sempre più scollegata dalla realtà della società e non come -cito- “una realtà non solo varia, ma assai mutevole” entro la quale “i mutamenti sono determinati sia dalla sua dialettica interna sia, e ancor più, dal modo in cui si sviluppano gli avvenimenti internazionali e interni, dalle lotte e dai rapporti di forza tra le classi e fra i partiti”, questa tendenza era già da Berlinguer assai deprecata. Egli propugnava- potremmo dire- una concezione “tridimensionale” della lotta politica a cui si contrappone l’idea del sistema dei partiti come un piano separato da quello della società, a cui si congiunge soltanto nel momento delle elezioni oppure attraverso la rappresentazione labile del sondaggio. Era in questa concezione dinamica del rapporto delle forze politiche, radicata in una rappresentazione della storia italiana e nella conoscenza dei rapporti internazionali, concezione che era, in gradi diversi, patrimonio di tutto il partito, che si fondava una proposta come quella del compromesso storico. Ed era sulla base della convinzione che tale politica rispondesse alle necessità più profonde del paese, che il momento storico richiedesse una tale decisione che Berlinguer la avanza, pur fra le enormi difficoltà che essa comportava. La transizione doveva essere governata e la potenza delle forze antagoniste imponeva che ciò potesse essere fatto soltanto attraverso un’alleanza dei partiti che costituivano il sistema democratico minacciato. La minaccia, come poi si è visto, non consisteva soltanto nelle trame eversive e nella destabilizzazione terroristica, ma anche nel rischio più sottile e insidioso del progressivo svuotamento delle istituzioni democratiche, nella sottrazione di potere alla politica. E’ l’impotenza della politica, la sua mancanza di strumenti e di forza per perseguire grandi disegni la vera causa della sua degenerazione, della proliferazione della corruzione e dell’emergere della disaffezione dei cittadini nei suoi confronti. E la vera moralità della politica, la sua serietà consiste nella capacità di realizzare un’idea di trasformazione della realtà.

A una tale idea di politica sarebbe forse utile oggi ispirarci per provare a sperare in una rigenerazione. Questo non significa essere nostalgici, anzi, al contrario, significa abbandonare ogni nostalgia e tentare nuovamente una politica che sfugga tanto il rischio del puro pragmatismo quanto quello dell’idealismo moralizzante e contemperi i due aspetti partendo però dal pensiero del presente. Quello che c’è forse ancora oggi di valido, di potenzialmente vivo nella lezione di Berlinguer e della cultura del suo tempo è l’incitamento a ripensare oggi un nuovo nesso fra teoria e prassi, teoria e prassi che si sono da allora drammaticamente separate. Questo nesso non potrà che assumere oggi forme nuove, ma questo nuovo non va inteso secondo la mistica del rinnovamento che tanti danni ha arrecato, ma al contrario come ciò che di più concreto vi possa essere.

Si avverte fra le nuove generazioni, anche se ancora in maniera incerta e frammentaria un nuovo bisogno di politica, bisogno che per ora non trova modo di esprimersi probabilmente per la radicale disabitudine a praticare tale linguaggio o che assume per questo forme insufficienti. D’altra parte l’individualismo neoliberista non sembra più in grado di mantenere le promesse che ha suscitato e vive una crisi di legittimità, pur apparendo per ora privo di alternative. Che tali alternative possano effettivamente prendere corpo dipende dalla capacità della politica di immaginare nuove forme, forme che non devono essere contrapposte alla forma tradizionale del partito politico ma che devono essere un suo ripensamento alla luce delle necessità del presente.

E’ forse possibile oggi immaginare un riflusso del riflusso, una costruzione, che ovviamente si presenta come difficile e dislocata nel lungo termine, di una nuova egemonia, una ritraduzione nel linguaggio della politica di ciò che abbiamo imparato ad esprimere nel registro dell’individualismo e secondo gli stilemi del postmoderno. Se ciò potrà realizzarsi, se incontrerà un senso comune diffuso oppure se si limiterà ad essere un desiderio di minoranze non si può sapere prima, ma qualche segno anticipatore sembra oggi manifestarsi fra le nuove generazioni.

E anche se tale progetto sembra andare controcorrente, anche se sembra trovare smentite nel presente immediato, è proprio in Berlinguer che possiamo trovare lo stimolo a un pensiero che non si appiattisca sull’attualità e sul consenso effimero ma che nasca da una riflessione profonda sul carattere dell’epoca.

Il rapporto con questo passato assume così il carattere di una scoperta, la scoperta di un tempo che si riteneva ormai definitivamente passato e privo di qualunque legame con la contemporaneità e che forse invece può fornire un’enorme ricchezza per aggiungere profondità ad un presente che si presenta a prima vista come contrassegnato da una sconcertante povertà esistenziale ed esperienziale.

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