Renzi e il partito

Le proporzioni della vittoria del Partito Democratico alle recenti elezioni -epocali- impongono di interrogarsi su quella che ormai è la realtà di fatto e di capire quali ne possano essere le evoluzioni.

Il voto ha un carattere emergenziale e pressochè inedito nella storia del paese. Interessanti sono non solo le dimensioni ma anche la distribuzione nazionale quasi omogenea dei consenso, caratteristica anticipata alle ultime elezioni dal Movimento 5 Stelle e generalizzata in scala più vasta dal Partito Democratico ora. La situazione si inserisce peraltro in una grande fluidità e mobilità dei consensi, in continuità con quanto avviene ormai da diversi anni. Renzi ha conquistato -come mostrato dal rapporto dell’Istituto Cattaneo- alcuni segmenti molto precisi di elettorato: la totalità di Scelta Civica, parte dei voti del Movimento 5 Stelle (che probabilmente erano gli elettori “in libera uscita” che avevano votato Grillo per protesta puntando sul fatto che il PD di Bersani avrebbe comunque vinto) e infine una quantità residuale di voti berlusconiani.

Il problema di Renzi è ora evidentemente quello di stabilizzare i consensi che ha in questo modo ottenuto, passando da un’aggregazione forzata dall’emergenza e fondata su una scommessa (scommessa che per ora non ha ancora visto effettive conferme o smentite, dato il carattere largamente simbolico, anche se comunque importante per fasce della popolazione, di provvedimenti come quello degli 80 euro).

E’ per questo che credo che non sia fondata la vulgata che si rappresenta Renzi come colui che liquiderà il partito o lo trasformerà in un mero comitato elettorale convocato alla bisogna per sostenere candidati o organizzare primarie. Ha bisogno del partito se vuole puntare ad una prospettiva di stabilizzazione e di sviluppo del paese. Alcuni segnali fanno pensare a questa prospettiva. Da un lato la manifestata volontà di insistere sulla formazione politica (seppur ridimensionata dalla boutade -ad uso e consumo della polemica mediatica- sulle serie televisive americane). Dall’altro il rinnovato interesse per la Cassa Depositi e Prestiti come strumento di politica industriale, che lascia pensare ad una gestione dell’economia a cui la politica non sarà estranea. Si tratta però di capire quale partito. Da questo punto di vista rimane un grande punto interrogativo. Finora Renzi non ha intrapreso vere azioni di riforma del partito, operando più una “sussunzione formale” (integrando e coinvolgendo le varie correnti) piuttosto che una sussunzione reale (una trasformazione attiva del partito). Ma credo che questa sia solo una prima fase, in quanto sospetto ci sia la consapevolezza che fare del partito uno strumento efficace per i propri fini sia un passaggio obbligato per passare dalla fase della conquista del potere (ispirata ad una sorta di “populismo moderato”) alla fase del governo del paese.

Qualunque cosa Renzi intenda fare, in questo momento ha gli strumenti per farlo (a livello interno) o per tentarlo (a livello europeo). Si tratta allora di osservare attentamente le prossime mosse.

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