A che punto siamo? Il neoliberismo, la crisi, le regionali

Per dare una valutazione della situazione attuale bisogna sempre ricordare il contesto più generale nel quale essa si inserisce. Non bisogna dimenticare che la crisi non è un evento naturale che si limiti a fare da sfondo al presente, ma è piuttosto una potenza agente, che continuamente trasforma e ristruttura società, antropologie, tessuti produttivi. In questo quadro, limitarsi a una semplice analisi dei mutamenti delle percentuali elettorali rischia di essere profondamente riduttivo.

Nella crisi attuale possiamo distinguere almeno quattro livelli.

Si tratta in primo luogo di una crisi del capitalismo, non di una delle tante fluttuazioni cicliche, ma di una quelle crisi strutturale che ha come paragone storico la Grande Depressione di fine Ottocento o la crisi del ’29. Crisi di questo genere hanno un decorso che non è prevedibile secondo schemi che ripetano andamenti del passato, ma comportano una ristrutturazione generale della forma del capitalismo, della società, delle istituzioni. Se dalla Grande Depressione si uscì con un superamento della “fase eroica” della Rivoluzione Industriale verso l’epoca dell’imperialismo, dalla crisi del ’29 nacque, sul lungo periodo, un compromesso fra capitale e lavoro che diede luogo ai “Trenta gloriosi”.

La crisi che viviamo ora -e siamo al secondo livello- è la crisi di una specifica forma storica di capitalismo, che si afferma tra gli anni Settanta e Ottanta, come risposta (una delle risposte possibili) alle difficoltà del modello appena richiamato. Aumento della produttività tramite innovazione tecnologica da un lato, disarticolazione della grande fabbrica attraverso delocalizzazioni produttive sia verso il tessuto delle piccole e medie imprese sia verso i paesi di nuova industrializzazione (prima di tutti la Cina, sbocco reso possibile dall’apertura diplomatica operata da Nixon e Kissinger e dal cambio di orientamento della dirigenza cinese), rivoluzionamento dei metodi produttivi con passaggio dal fordismo al toyotismo, graduale mutamento dei compiti e degli obiettivi della politica monetaria e fiscale (lotta all’inflazione prioritaria rispetto alla lotta alla disoccupazione, graduale discredito della politica industriale e dell’intervento pubblico, a favore di un’idea di politica volta a fare le riforme e creare le condizioni ideali per attrarre investimenti esteri e per lo sviluppo di un ambiente favorevole all’impresa, considerata come il soggetto ideale in grado di prendere le decisioni di investimento, grandi privatizzazioni, trasformazione del cittadino in consumatore, finanziarizzazione e aumento del debito privato, anche come strumento per neutralizzare il calo della domanda tramite il “keynesismo finanziarizzato”. Questi elementi del modello non si affermano tutti insieme nè in maniera omogenea nè contemporanea nei vari paesi, ma nondimeno costituiscono una tendenza storica che può considerarsi pienamente affermata negli anni Novanta quando, anche grazie al definitivo venir meno del sistema sovietico, si solidifica in quel corpus di conoscenze teoriche e pratiche che viene definito Washington Consensus.

Questo sistema, ciclicamente colpito da crisi finanziarie (la crisi delle borse dell’87, la crisi dello SME che colpì Italia e Inghilterra, il crack russo, la crisi delle “tigri asiatiche”, il fallimento del fondo LTCM, la crisi post- 11 settembre) entra già parzialmente in difficoltà negli anni Duemila, crisi differita dalle misure prese dal governatore della Fed Greenspan e dal presidente Bush (aumento della spesa militare, incentivi al mercato immobiliare) che poi esplode nel 2007.

Come è noto, di fronte a questa crisi c’è inizialmente una reazione comune che poi si divarica tra i vari paesi. In Europa -e arriviamo al terzo livello- a questa crisi si sovrappone la crisi dell’euro, come crisi di un’architettura strutturalmente deficitaria e, più a fondo, come espressione del contrasto tra diverse forme di capitalismo (in primis l’economia sociale di mercato tedesca e le economie mediterranee, pur tra le profonde differenze che esse presentano tra di loro) che, in assenza di una vera politica atta a produrne l’armonizzazione e la convergenza, entrano esplicitamente in conflitto. Le contraddizioni che fino ad allora erano state occultate dai trasferimenti interni attraverso il sistema bancario sia nel settore privato che in quello pubblico, favoriti dal venir meno del rischio di cambio, diventano evidenti.

A questo punto -e si arriva al quarto punto- scoppia una crisi politica, anzi più propriamente una crisi organica in senso gramsciano. La soluzione sostanzialmente voluta dalla Germania -procedere ad un aggiustamento attraverso deflazione salariale e contrazione della spesa pubblica da un lato, e cercare di estendere il modello tedesco all’intera Europa attraverso un’accelerazione delle riforme dall’altro- porta ad una crisi di legittimità delle classi dirigenti di molti paesi: Grecia, Spagna, Italia, in parte Francia.

A questa crisi di legittimità le forze di sinistra non riescono a rispondere mettendo in campo una soluzione politicamente forte, ovvero la costruzione di uno schieramento in grado di proporre una diversa agenda di uscita dalla crisi, con un’Europa che preveda un diverso rapporto fra politica ed economia. Non vi riescono per le loro divisioni interne, per un’insufficienza culturale che impedisce loro di liberarsi dei resti della Terza Via blairiana. La spaccatura del socialismo europeo su questi temi rende poco credibile l’alternativa proposta.

Nel frattempo si sviluppano movimenti di protesta che mescolano confusamente giusti elementi di critica al sistema attuale e populismo antipolitico. Il diverso equilibrio di questi elementi determina esiti diversi nei vari paesi.  In Spagna il movimentismo degli Indignados, che appare in prima battuta spegnersi dopo una fase di intense mobilitazioni, evolve nella proposta politica di Podemos che, pur dichiarandosi propagandositicamente nè di destra nè di sinistra e facendo della lotta alla “Casta” (qui però -importante differenza- intesa come élite non solo politica ma anche economica) una delle proprie parole d’ordine, si sviluppa sulla base di una tradizione e di un programma chiaramente di sinistra. In Grecia il sistema politico precedente crolla interamente sotto il peso delle politiche di austerità ad esso imposte, lasciando spazio a Syriza.

In Italia questo spazio politico viene occupato dal grillismo che ne blocca le potenzialità espansive, sia da un punto di vista dell’evoluzione politica e del dibattito democratico (neutralizzati dalla nota struttura verticistica) sia dal punto di vista dei contenuti, che si riducono ad una rivendicazione di trasparenza della politica, sia infine dal punto di vista della capacità di giocare un ruolo politico, elemento reso impossibile dalla non volontà di allearsi con altre forze.

La difficoltà nella gestione della crisi e nel rapporto con l’Europa colpisce (anche se non a morte) il berlusconismo e il fulcro dell’azione politica diventa il Partito Democratico. Qui il nucleo di verità dell’espressione “Partito della Nazione”, che per un certo periodo ha designato una situazione di fatto, ovvero l’indisponibilità di altre forze che potessero effettivamente porsi come credibile alternativa.

Se invece si intende il termine “Partito della Nazione” come progetto politico, esso appare invece in crisi e le elezioni regionali ne dimostrano tutta la difficoltà di attuazione. L’idea di sfruttare la crisi del centrodestra per occuparne parte dello spazio politico sembra risultare impraticabile (e in realtà si era dimostrata tale già alle Europee, quando, oltre ai voti di Scelta Civica, ben pochi erano provenuti da destra). D’altra parte questa operazione comporta rischi di tenuta a sinistra come il caso ligure dimostra.

D’altronde, e viceversa, il caso ligure mostra anche come difficilmente una forza a sinistra del PD possa porsi come alternativa di governo. Ciò che è avvenuto in Grecia e avviene in Spagna non sembra replicabile in Italia per diversi motivi. Da un lato il grillismo che, come avevamo accennato, è riuscito ad egemonizzare parte della protesta causata dalla crisi, sembra destinato, pur ridimensionato, a rimanere come un fenomeno duraturo del panorama politico italiano. In parte la protesta si esprime invece a destra, nel consenso a Salvini che raggiunge ora proporzioni importanti. Dall’altro la cultura politica dei principali fautori di un’ipotetica nuova formazione (da Civati a Vendola a -in forma diversa- Landini) sembra essere insufficiente rispetto al compito di creare una formazione con ambizioni egemoniche. Ma, cosa più importante di tutti, il bacino dei votanti per questa nuova formazione sembra essere limitato a parte dell’elettorato tradizionale della sinistra, senza riuscire a sfondare, se non in misura marginale, nell’enorme area dell’astensionismo.

Quest’ultimo rimane il dato più rilevante, e il tema fondamentale, che mostra come la crisi politica di legittimità che viviamo si sia tutt’altro che conclusa. L’astensionismo non va banalmente etichettato come “sfiducia nei cittadini della politica”, magari proponendo qualche taglio ai privilegi come rimedio per “avvicinare i cittadini alla politica” o “ridare credibilità alla politica”.

Il nodo della partecipazione è decisivo, perchè è uno dei temi politici fondanti del neoliberismo. Il famoso Rapporto del 1975 alla Commissione Trilaterale sulla Crisi della Democrazia individuava la radice delle difficoltà della democrazia proprio nell’eccessiva partecipazione che andava ridimensionata per far fronte all'”eccesso di domande” che impediva al sistema di funzionare correttamente. E’ a partire da quest’ottica che la “governabilità” veniva opposta alla rappresentanza.

Da questa tendenza viene quella che Colin Crouch ha chiamato post-democrazia, ovvero una situazione in cui permangono tutte le istituzioni democratiche ma di cui viene meno la rilevanza reale, in parte per la minore partecipazione e in parte per l’emergere di nuovi poteri (economici, mediatici, ecc.) reali che marginalizzano le istituzioni rappresentative.

Da questo punto di vista innanzitutto va valutata anche la politica di Renzi. Non si tratta di derive autoritarie. Si tratta di un approfondimento di queste tendenze, tendenze già in essere. Allora qui va posta la questione. Non agitando accuse moralistiche o di stampo personale (l’ “arroganza”). Come si esce dalla crisi? Franco Cassano, ad esempio, ha sostenuto che la concentrazione di potere che Renzi opera è necessaria proprio per recuperare quell’autonomia della politica messa in crisi dai grandi processi globali descritti. Rafforzare il potere del governo sarebbe un presupposto necessario per poter incidere su una scala più ampia. Si tratta di una tesi che se non altro ha il merito di porsi all’altezza dei problemi di cui bisognerebbe discutere. Tuttavia è una tesi che lascia elementi di perplessità. Se è vero che alcuni risultati positivi si sono ottenuti, sopratutto sul piano europeo (come la comunicazione sulla flessibilità e, pur con tutti i limiti, il piano Juncker) le evoluzioni recenti fanno pensare che la stategia di Renzi possa lasciare a desiderare proprio sul piano a lui più caro, sul piano dell’efficacia. Se l’obiettivo è cambiare siamo sicuri che sia possibile cambiare una società senza un consenso strutturato e organizzato della società stessa, senza la capacità di creare egemonia e classi dirigenti diffuse che siano in grado di radicare questo cambiamento nella concretezza della vita e delle diverse situazioni? Siamo sicuri che il cambiamento vero non passi proprio attraverso una ricostruzione di corpi intermedi, ovviamente profondamente ripensati in rapporto al presente, e di cultura politica come elemento unificante dell’azione politica?

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